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L’intelligenza artificiale è al di fuori di ogni dubbio una parte fondamentale del nostro vivere quotidiano. Parlandone, molti di noi possono essere portati a pensare a imprese strabilianti di computer capaci di far cose come e meglio degli umani, a superarli in competizioni sportive, o a scenari distopici tipo 2001: Odissea nello spazio.

Eppure la realtà ci dice che l’intelligenza artificiale è qualcosa di molto più serio, che interviene quotidianamente nelle nostre vite, come dimostrano fatti di cronaca internazionale, a cominciare dall’incidente mortale di cui è stata protagonista di recente una vettura autonoma di Uber oppure il pasticcio combinato da Facebook con lo scandalo riguardante la gestione dei nostri dati personali.

Insomma, l’intelligenza artificiale è nelle nostre vite assai più di quanto non riusciamo a percepire, e ha conseguenze tanto sui nostri microcosmi quanto sui meccanismi economici e di potere che regolano i mercati, le decisioni, le fluttuazioni di moneta a livello internazionale.

La Cina è vicina

Se fino a qualche tempo fa gli Stati Uniti hanno fatto la parte del leone nella ricerca e nello sviluppo delle produzioni connesse con l’intelligenza artificiale, negli ultimi anni si è registrata una vera e propria inversione di tendenza.

I motivi del superpotere americano nel settore erano diversi: su tutti, l’alta qualità di produzione e ricerca, scientifica e industriale, e l’investimento in ambito IA per le forze armate, a cominciare dai finanziamenti alla Darpa (Defense advanced research projects agency).

In un recente intervento sul Financial Times, il professor Wooldridge dell’Università di Oxford ha spiegato come la Cina abbia raggiunto l’America dal punto di vista degli investimenti e dei brevetti IA registrati.

Il vero obiettivo, però, è un sorpasso entro il 2025 e un distacco che porti il paese a essere “l’invidia del mondo” entro il 2030.

Ancora parecchio dietro è l’Europa, dal momento che – sempre secondo Wooldridge – nessuno stato del vecchio continente appare lontanamente in competizione da questo punto di vista con le due superpotenze.

Lo stesso presidente francese Macron ha fatto notare, qualche tempo fa, come il mercato europeo, pur nella sua vastità, a differenza di quello americano e cinese paghi lo scotto di non essere un mercato digitale unico.

Gli oltre settecento milioni di utenti di internet cinesi, insomma, che operano nello stesso paese, generando una quantità di dati immensa rispetto a qualsiasi altra realtà, fanno la differenza.

Rischi e percezioni dell’intelligenza artificiale

È anche vero che le opinioni pubbliche americana e cinese sembrano avere meno preoccupazioni rispetto alla diffusione del digitale e dell’intelligenza artificiale rispetto ai cittadini europei.

Le regole europee sono anche per questo più severe rispetto a quelle delle due potenze, cosa che non risulta necessariamente un male. Gli algoritmi del machine learning, per esempio, possono produrre risultati con forti bias cognitivi, mentre nel caso del deep learning, gli strati che formano la rete neuronale del software di apprendimento vanno a combinarsi in un processo dai risvolti ancora troppo poco conosciuti.

È per questo che in Europa si è intervenuti con regole abbastanza rigide per promuovere la cybersecurity, proteggere la privacy degli utenti, e soprattutto per imporre il Gdpr a livello continentale.

Un aspetto tutt’altro che secondario, perché capace di spingere le imprese che sviluppano soluzioni di intelligenza artificiale a farlo in linea con le aspettative degli utenti, ma anche nel rispetto di parametri ormai ufficialmente accettati.

Intelligenza Artificiale in Italia

Naturalmente, anche solo pensare di poter competere a livello economico e di risorse con Cina e Stati Uniti, è per il nostro paese un’utopia.

In realtà anche altri paesi europei (vedi la Francia) e addirittura grosse compagnie private (vedi la Wallenberg Foundation, che stanzia oltre un miliardo e mezzo di corone svedesi per lo sviluppo dell’IA) possono permettersi un lavoro di ricerca e sviluppo oltre ogni aspettativa nostrana.

Ma non tutto è perduto, considerando le grosse competenze che si sono sviluppate nel corso degli anni nel nostro paese, a cominciare da quelle nel settore della robotica, dove più di settecento istituzioni, coordinate dalla Scuola superiore Sant’Anna, hanno reso l’Italia paese capofila di un importante progetto di flagship europeo.

È chiaro che sarà importante il peso dato dal settore pubblico al comparto, nei prossimi anni, ma fondamentali saranno quindi anche gli investimenti delle aziende private che, pian piano, cominciano a rendersi conto dell’importanza e della redditività di un settore che rappresenta il futuro come pochi altri.

È il momento di crederci: l’intelligenza (anche artificiale) paga.