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La peggior cura per il paese

Siamo tutti bravi nell’individuare le altrui responsabilità, ma non abbiamo la stessa prontezza nel gestire le opinioni. Ormai, il termine “politica” non appassiona, non coinvolge. Eppure, alla base di tale parola, esiste un originale vulnus: la nostra espressione elettorale.

Le nostre colpe, evidentemente, dobbiamo riconoscerle, siamo stati noi a generare tale situazione; questi risultati sono sortiti dalle urne.
Una parte, assai consistente, si espresse – nel 2013 – per un signore che nulla aveva espresso per ambire allo scranno parlamentare e, a seguito, per una pletora di perfetti sconosciuti; per oneri ed onori.

Un coacervo di menti, molte delle quali pretendevano – e ancora oggi perpetrano tale convinzione –  di leggere la Divina Commedia, senza neppure aver mai sentito nominare Molnar e i Ragazzi della via Pal. Un’altra parte si tenne sulle posizioni della consolidata posizione, raggiunta negli ultimi quattro lustri.

Infine, un gruppo in decadenza che aveva dichiarato, senza se e senza ma, di non voler mai affiancare il gruppo dell’ultimo ventennio. Quel gruppo cui, tramite diversi organi di informazione, aveva esercitato una notevole influenza; mediatica e finalizzata.
Un autentico caos.

Cinque anni di “vorrei, ma non posso”, connotati dall’elezione del Capo dello Stato, ma che avrebbero espresso delusioni. Da un rassicurante “stai sereno”, ad un epilogo dirimente, su annunciati ritiri, dalla scena politica, mai realizzatisi.
Le nostre responsabilità furono chiare, il tempo è esattore infallibile.

La riprova della inefficiente cognizione

La lezione, da quello che si evince oggi, non è servita a molto;  ci siamo ricascati e, questa volta, con la coda di un diavolo che ci ha messo molto di sé.  Dapprima una variegata fragranza di inadeguatezza, adesso con la assoluta certezza di attese non riscontrate. Soprattutto se la coda – del diavolo di cui sopra – ha sferzato in maniera tremenda e tragica.

Siamo a circa quattro mesi dall’esplosione della pandemia e, nonostante annunci e proclami, la situazione appare come l’incipit della lettera in procinto di essere scritta ai genitori: “Cara mamma e caro papà…”. Siamo in attesa del prosieguo, ma coloro che dovrebbero averne avuto cognizione da tempo, oggi si affannano a farci percepire  coesioni e accordi perfetti. Diciamo, in modo eufemistico, che ci crediamo poco.

Incontri, sfusi e a pacchetti, sotto una denominazione poco originale; “Progettiamo il rilancio”. Ma non era già stato annunciato con un provvedimento ad hoc, atteso dall’uovo pasquale, slittato all’inizio del mese successivo e varato, finalmente, con pomposità?
Diciamo che, per non fare torto al precedente “Cura Italia”, tantissimi comparti stanno anche peggio, di come immaginassero di poter stare.
In generale è così e, evidentemente, tale stato è stato perfettamente compreso al punto di farne di più e chiamarli “Stati Generali”.

La montagna partorisce il classico topolino

In effetti, e siamo solo all’alba del primo dei dieci giorni annunciati, la Presidente della Commissione, Ursula Von del Leyen, il Presidente del Parlamento Europeo, il “nostro” David Sassoli (a proposito, sarebbe interessante conoscerne il parere a seguito della preclusione, riservata alla stampa di adempiere ad una assoluta prerogativa di libertà e democrazia), il Commissario Europeo, Paolo Gentiloni, la Presidente della BCE, Christine Lagarde, hanno finora espresso concetti abbastanza scontati.

Chiedono riforme ambiziose, in caso contrario il potenziale assicurato sarà assolutamente inutile.
Alla riunione di Villa Pamphilij si ribadisce che è necessaria la ripartenza dell’economia; che bisogna ricreare un ambito favorevole alla ripartenza delle imprese; che il confronto con le parti sociali sortirà positivi riscontri; che bisogna investire sulle bellezze del Paese; che, finalmente, l’Europa ha superato la fase paralizzante; che è riemerso il sentimento di solidarietà; che gli italiani sono stati un esempio; che sono urgenti riforme strutturali; che la ripartenza deve inserirsi in un quadro complessivo di visioni comuni con l’Europa; che non è assolutamente ipotizzabile tornare alla situazione pre-covid; che è giunto il momento di reagire, per tutti i paesi membri colpiti dalla pandemia.

Insomma, bisogna concentrarsi sulla strategia.
Buona la prima? Dubito, ma è solo l’inizio; devono passare dieci giorni e, intanto, il Popolo, già allo stremo, percepisce tale “pensata” come un’ennesima presa per là, dove non batte il sole.

Attendiamo fiduciosi. Auguri a noi.

Raimondo Miele