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Aspetti di una realtà giornaliera

Un giorno qualunque di un vissuto; Napoli, ore 15,40, via Oberdan angolo via Diaz. In via Oberdan due agenti della Polizia Municipale sono intenti a verificare i dati di un’auto ferma in seconda fila. Sono di spalle (concentrati sulla targa posteriore) all’angolo in argomento, essendo via Oberdan senso unico in entrata dalla parte proprio di Via Diaz e via Bracco. Proveniente da via Diaz un motorino si inerisce in via Oberdan.

Non sono un esperto, ma credo fosse di ridotta cilindrata in considerazione delle dimensioni, del rumore e della velocità modesta. Circostanze che mi consentono, distintamente, di distinguerne gli occupanti e di udirne le voci. Una donna alla guida, fisico minuto, indossa il casco; davanti a lei un bambino, credo neppure in età scolare, cappellino con visiera che regge con una mano, l’altra appoggiata al manubrio.

Sul sellino posteriore un’altra donna, corpulenta, senza casco e, tra lei e la conduttrice, una bimba “incastrata”. Totale quattro persone. Appena completata la svolta e avendo notato gli agenti il bambino esclama “uaaaaa…chist stann pur ca!?”

Il due ruote, quasi inevitabilmente, sgattaiola via e sparisce alla vista, imboccando via Toti. Mi sono fermato un attimo a pensare alle marce pro legalità; ai corsi di educazione stradale tenuti nelle scuole elementari; agli sforzi degli insegnanti; ai progetti per inculcare il rispetto di norme e regola; agli impulsi mirati a prevenire e contrastare le irregolarità e i comportamenti illegali.

Davanti all’episodio descritto mi sono sembrate tutte iniziative ininfluenti, se non addirittura inutili. Il problema è davvero insormontabile, credo che se non facciamo leva sull’esigenza, ormai improcrastinabile, di applicare norme straordinarie non ne verremo mai a capo. Quando il malato è grave delle due l’una: o si esigono terapie intensive atte a rimetterlo in sesto, o, evidentemente, non ci sono speranze di sopravvivenza.

Io sono tra coloro che non si arrendono e, come me, sono sicuro la maggioranza di una popolazione stremata dal pressapochismo e dall’assoluto abbandono, cui tutti siamo stati relegati. Continuando a camminare ho pensato che non mi piacciono i proclami, e meno ancora felpe indossate a seconda della convenienza; non mi piace sentire parlare di sussidi, come salvifico emendamento a stenti e privazioni; non mi piace vedere Napoli ridotta ad un cantiere perenne; non mi piace, su scala nazionale, la convinzione di chi asserisce che per l’Italia ci sarà un futuro meraviglioso; non mi piace una Città dove i bambini rischiano la vita al solo passeggiare.

Mi preoccupa il fatto che la scuola non è più percepita come “ascensore sociale” e che le tensioni anziché essere governate sono alimentate. Poi mi sorprendo a chiedermi se per caso non è che…”Zi’ pre’ ‘o cappiello va stuorto…accussì addà jì!

L’esigenza di comprendere

Mi sono detto: pensavo tu avessi capito qualcosa che io non capivo, così avrei capito quello che avevi capito nel caso io non avessi capito ciò che invece tu avevi capito, ma visto che non hai capito nulla io non capisco niente in quanto tu non hai capito quello che eventualmente potevi capire, e quindi far capire a me.

Ma il dubbio sorge spontaneo: vuoi vedere che non hanno capito neppure coloro che avrebbero dovuto  e, quindi, non riescono a spiegarsi?
Poi ho riflettuto sullo stato dell’arte; in un Paese che contempla 169.000 norme, con regole valide a seconda degli umori regionali, con possibili inserimenti comunali, è semplicemente normale  non avere punti di riferimento.

Intanto che speriamo in bene, auguri a noi.

Raimondo Miele