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Napoli (immagine tratta da flickr)
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I festeggiamenti per la Pasqua napoletana non durano solo un giorno. Vediamo insieme le tradizioni e le usanze della settimana Santa

Il “Venerdì Santo”

Il giorno della commemorazione della Passione, che le nostre nonne denominavano con un modo di dire stringato, ma assolutamente chiaro: “oggi è strett’olio”.

Lo recepivamo come un qualcosa a metà, tra un severo ammonimento affinché non ci facessimo tentare da colazioni “grasse” e una sorta di invito alla riflessione, circa la possibilità addirittura di digiunare.

La Via Crucis è restata oggi la connotazione più significante.

Il “Sabato Santo”

A prescindere dal punto di vista rituale, è il giorno dell’attesa. Siamo in tanti a ricordare come, prima della riforma liturgica, a mezzogiorno “si scioglieva la Gloria” e, quindi, ci si accingeva alle libagioni che la tradizione prevede.

L’inizio è, generalmente, con la “fellata” che resta buona anche, se avanza, per il pranzo della domenica. Un connubio di salame napoletano, capocollo, pancetta, formaggi con l’assoluta presenza della ricotta salata.

Il tutto accompagnato dalle fave e uova sode. A seguire il tortano, la pizza piena e anche, a seconda delle varie tradizioni, la frittata di capellini.

La “Domenica di Pasqua”

Obblighi sacri e rituali a parte, ci si appresta al pranzo. L’eventuale “avanzo” della fellata, viene adeguatamente rimpolpato per prendere il nome di “piatto benedetto”.

A seguire ci sono più versioni, basta seguire gusti e usanze. Da una parte si propende per la minestra maritata. Personalmente sono per la pasta al forno. La prima citata minestra la ritengo esclusivamente adeguata al 26 dicembre.

A seguire “il ruoto”. Dipende molto, oggi, da convinzioni e da personali gusti e, quindi, a chi piace e gradisce, il piatto è composto da capretto e piselli. La “mammarella” e i carciofi fritti dovrebbero, però, mettere tutti d’accordo.

La frutta come atto propedeutico per gustare sua maestà la pastiera. Inutile stare a sottolineare l’importanza del dolce che dovrebbe essere, rigorosamente, guarnito con sette “strisce”.

Quattro in un verso e tre ad incrocio opposto. La tradizione della pastiera è davvero leggendaria. Si tramanda che la Sirena Parthenope si manifestasse ai napoletani, ad ogni primavera, con canti deliziosi inneggianti l’amore e la gioia per la vita.

Una volta il popolo, talmente estasiato dalla dolcezza del gorgheggio, decise di omaggiare la Sirena con un dolce. Ciascun ingrediente ha un preciso significato ed una pertinente connotazione.

La ricotta, procurata dai pastori; la farina, simbolo della fecondità delle coltivazioni; il grano, rappresentante della vita nascente; le uova, in segno di rinnovamento; lo zucchero, emblema della dolcezza.

Le sette strisce di completamento spiegano, invece, la conformazione della Città di Napoli: i tre Decumani e i quattro Cardini che li separano in senso verticale.

Il “Lunedì in Albis”

Più appropriatamente, dal punto di vista rituale, Lunedì dell’Angelo. Prende la denominazione per il fatto che nel giorno dopo la Pasqua l’Angelo avrebbe incontrato le donne arrivate al Sepolcro. Per noi è, più comunemente, la “Pasquetta”.

E’ il giorno dedicato alla gita, alla scampagnata, al mangiare all’aria aperta. Ci si ritrova in famiglia e con amici a rinnovare fellata, tortano e fave.