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Le disparità sono mentali e comportamentali

Il Principe de Curtis, sin dal 1964, ci aveva avvertiti. Con esuberante satira e inimitabile stile, racconta delle discrasie della vita, traslate nel futuro, eterno, contesto che attende, ineluttabilmente, ciascuno.
Qualcosa di simile – e si dice che il grande Totò ne avesse preso spunto – accadde con il “Dialogo sopra la nobiltà”, opera che Giuseppe Parini pubblicò nel 1757, in cui  Poeta e Nobiluomo dialogano, condividendo il medesimo loculo.
Il Marchese del Grillo – una delle più magistrali parti impersonate dal grande Albero Sordi –, tanto per restare in tema, nella scena del mancato riconoscimento di Onofrio del Grillo, da parte di un “approssimativo” gendarme, ne è un’ulteriore, evidente, dimostrazione.

Non ci sta molto da meravigliarsi oggi; nulla è mutato, sotto alcun aspetto. Anzi, per certi versi, i comportamenti in argomento sembrano acuiti.
Le irruzioni dei social, e delle moderne tecnologie, ne hanno sottolineato le caratteristiche.
Profili social auto celebrativi ed autoreferenziali, utenze riservate, cellulari che squillano a vuoto, se non individuano la provenienza della chiamata, o, in alternativa, con risposte assai poco “invitanti” al colloquio.
Un po’ come dire: “chi è che si permette?”, con una sempre pronta – utile all’uopo – riunione in corso e, visti  i tempi, con l’eventuale supporto dell’immancabile video conferenza cui non è possibile, giustamente, togliere tempo.

Cui prodest?

Il connotato basilare, di simili situazioni, è solo improntato ad una posizione, vera o presunta, cui si ritiene di appartenere. Quasi un’arroganza mentale, che si cala nel confronto audio; una persuasione, personale e assoluta, di poter disporre dell’altrui soggetto, ponendosi su un piedistallo.
Non si capisce a chi giova, non si riesce neppure a comprenderne le motivazioni; l’unica caratteristica – di tali comportamenti – è da ricercarsi in un’arroganza preminente, rispetto alla realtà di fatti e cose.

In un datato lavoro (1965) di Eduard Spranger – La vita educa (La scuola EDITRICE di Brescia) –  è possibile, partendo da “l’astuzia della Ragione”, comprendere come la vita sociale è da considerarsi, esclusivamente, un gioco di forze basato sull’esistenza professionale del soggetto; quasi a testimoniare se determinate qualità esistono o meno. A nulla valgono le tradizioni dell’educazione o gli atteggiamenti dettati dallo stato d’animo momentaneo; il concetto di superiorità è assolutamente insito nell’atto comportamentale.

E così, da tali presupposti, nascono le disparità: mentali e comportamentali.

Le evidenze immutabili

In ciascun campo è possibile averne contezza. Culturale, se ci si confronta con esagerate differenze di nozioni e cognizioni; politico, dal momento che, in se stessa, la materia è connaturata di superiorità, rispetto al prossimo “meschino”; naturale, in quanto è innegabile come “la legge umana” debba seguire l’immutabilità del contesto in cui si vive; sportivo, un settore che ha sempre – a certi livelli – avuto molteplici angolazioni di valutazioni e vedute. Insomma, dappertutto.

 

In un certo senso, e ciò appare abbastanza incomprensibile, anche per la legge, quella che dovrebbe essere uguale per tutti. Eppure, si trova sempre il modo di applicarne un’antica, ma sempre attuale, pratica: per gli amici si interpreta, per i nemici si applica.
Alla fine, che sia chiaro a tutti, non ci saranno “leopardiani” richiami che, in lontananza, indicheranno “freddezze” dipartite e “nudità” sepolcrali.
Resterà, certa e finalmente paritaria, l’equiparazione; a quel punto a niente servirà più nulla o, se più piace, a nulla servirà più niente.

 

Lucia De Martino