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Il definito nell’indefinito

In tutte le argomentazioni, finora, ospite fissa – seppure non proprio gradita – è l’elucubrazione,  avulsa dalla realtà percepita. Tutto alla fine si tramuta, però, in assoluta inedia.
Sgusciano via dai pensieri, ma senza sottrarsi alle inevitabili future, oscure, previsioni.

A volte si ha la sensazione che – in certe stanze – si stesse auspicando la decrescente partecipazione al contesto; quasi a volersi augurare un adeguamento alla prassi.
Soluzioni tardive o, più verosimilmente, escogitate fuori tempo massimo; si appalesa una concretezza impalpabile e senza fondamenta.
Siamo, ormai, alla mercé di eventi ed accadimenti.

Gli epiloghi di negatività aprono, in genere, nuovi orizzonti e i problemi, quando si presentano, nascondono, di solito, nuove opportunità; nel caso attuale è tutto molto diverso.
La scoperta nuova è solo una conferma antica,  radicalizzata nel tempo trascorso tra pasticci e incomprensioni; tra confermare il tutto, salvo ritrattare attestando il contrario di quanto affermato.

La necessità di registrare e verificare i dubbi non appare interessare alcuno; la  stabilità, intanto, è a serio rischio.
Le finalità  balbettanti, ci fanno sentire in sospeso in uno spazio infinito ed indefinito.
Il silenzio, sovente da preferire, mai esaminato, per connotare le azioni con fatti certi.

Il risvolto

Il silenzio è dei prudenti e, sovente, diventa un imperativo, un obbligo, rispettarlo.
Regole di condotta e di vita sociale ne consigliano l’utilizzo, ma  non si può imporlo a chi  ne ignora la preziosa concezione.
Ad un certo  punto non serve più farsi piacere le situazioni; tali sono perché si sono scelte e, quindi, bisogna viverle.

L’oratoria infiamma, la critica infervora, l’accordo placa, ma sarebbero urgenti convinzioni; la decenza lo imporrebbe.
Intanto un rientro si è trasformato in una fonte polemica senza fine; come non concordare con l’assoluta esigenza di andare in giro – seppure per scopi di grande rilievo sociale – solo se attrezzati adeguatamente alla effettiva “storia” del territorio cui ci si reca.

Tuttavia, a prescindere, opinioni oscene si potevano evitare, con attacchi personali assolutamente fuori posto.
Ad ogni modo, all’occhio dell’uomo della strada è “saltata” subito una discrasia; ristoratori, disperati, seduti – ottemperanti il distanziamento sociale – verbalizzati per assembramento, folla accalcata, in attesa per ore, senza che nessuno intervenisse.
Due pesi e due misure? Può darsi.

Da un altro “pizzo”, una diatriba trascinata senza che l’Istituzione, di turno, connotasse un intervento attinente a quanto obiettato da un “Uomo dello Stato”; narrazione dei fatti, autoreferenzialità, “autoscatti” di sapienza e competenza; però, in sintesi, la risposta è restata latitante e il nocciolo del problema  inevaso.

Da un altro “pizzo”, interi raccolti agricoli – avviati, come le donne praticanti il più antico mestiere del mondo – vengono distrutti; frutta e verdura con aumenti di prezzo “rilevanti”, ma i 110 mila miliardi di evasione annuale, non fanno “ripensare” ad una ristrutturazione del “terreno” fiscale. Si lavora su ciò che è stato, con la pretesa di trovare soluzioni.

Urgente, imprescindibile, una visione diversa; un’attenzione alle varie filiere produttive, ormai ridotte alle ceneri.
Dagli ultimi sondaggi emergono cifre impressionanti: il 70% dei ristoranti ed il 30% delle attività ricettive, rischiano seriamente di non riaprire mai più.
Sburocratizzazione non pervenuta; tempestività non sopraggiunta; sostegni attesi da aprile, spostati a maggio e, si spera, pronti per il rilancio.

Lo sport nazionale dello scaricabarile impazza, responsabilità disattese, tangibilità         impercettibili.
In fondo la domanda nasce quasi spontanea: ”chi stabilisce cosa?”
Per il momento le “menti pensanti” sono state integrate da undici quote rosa; una buona notizia, mentre siamo sempre più prossimi al dover ricorrere ad un intimo equilibrio; sanitario, economico e mentale.

Come sempre, auguri a noi.

Raimondo Miele