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L’evoluzione di un progetto

I contesti di applicazione, per trovare una spiegazione a impudenze e operosità, sono svariati.
Da un normale ritrovo di interessi ad una più vasta platea di cooperazioni, ci sono sempre differenti tipologie di mentalità, e di modalità comportamentali, a confronto.
Non sempre, tuttavia, coloro che ne fanno parte sono consapevoli della situazione; si comportano senza avere concretezza di ciò che li circonda e, ineluttabilmente, si rendono conto delle circostanze quando il tempo è scaduto.
Non ascoltano, non raccolgono, non riflettono, non lavorano su se stessi. Hanno, in maniera semplicistica ed approssimativa, una concezione dell’insieme basato sull’io.
L’esperienza mi ha insegnato a darmi spiegazioni e, nel farlo, ho anche coniato terminologie assolutamente avulse dalla realtà.
Ad esempio, il verbo “iare”.

La coniugazione immaginaria

Al presente, il verbo in argomento, si coniuga così: io io, tu ii, egli ia, noi iamo, voi iate, essi iano. E’ evidente l’espressione di estremo egoismo che lo distingue.
In effetti, tali egocentrismi sono esclusivamente incentrati ad egemonizzare spazi, senza, tuttavia, averne capacità e cognizioni tali, da indurre le controparti ad una eventuale, bonaria, considerazione.
Non si capisce dove si poggi tanta autostima, sfugge, ai più, il motivo di tanta autoreferenzialità.
Il passo successivo è l’imperfetto; è scontato il ricordo e la, ormai, terminata convinzione dell’errata percezione. Se “tu iavi”, non è certo colpa degli altri e se adesso non “ii” più è un problema tuo. Potevi pensarci prima, ma, evidentemente, l’autostima esagerata gioca brutti scherzi. Si riscopre, in tali circostanze, quanto è utile un sano bagno d’umiltà.
Ammesso che se ne abbiano le capacità, per ammetterlo.
Il passato remoto, in modo assai chiaro, spiega quello che fu; io iai, tu iasti, egli iò, noi iammo, voi iaste, essi iarono. Quasi sarcastico, il tempo in argomento, infonde una sensazione di impotenza davanti all’evidenza dei fatti.

La sensazione di smarrimento

Assai poco valutata, dall’alto della propria onnipotenza, è, però, in agguato. Una feroce fiera alla ricerca della preda. Immancabilmente ha il banchetto assicurato; a seguito dello smarrimento, inevitabile e crudo, cui “io io” resta vittima, la belva immonda irrompe e, “dell’io iai”, resta un cumulo di nullità.
Non è bello da provare, ma è inevitabile, se non ci si riesce a fare bene i conti con chi si ha a che fare.
Non è richiesta la preveggenza, ma una semplice, innocente, misura del campo su cui si svolge il confronto.
In napoletano, “ammesurate ‘a palla” è assai indicato; è un invito a tenere nella dovuta attenzione le conseguenze delle proprie azioni; un ammonimento, in sintesi, a riflettere prima di intraprendere strade che, poi, potrebbero rivelarsi fallaci.

Le conseguenze di atteggiamenti insensati

Il fautore del verbo “iare”, con il tempo diventa insopportabile, intollerabile fino al punto da esercitare, sul contesto che lo circonda, un assoluto senso di disturbo. Eppure, senza che se ne rendesse conto, quello stesso contesto gli si è parato a scudo, ha tentato di costruirgli una difesa, ha provato a spronarne la concentrazione.
Nulla, il risultato si è rivelato assai negativo.
A tal punto non resta che “osare” la via di un recupero estremo: estromissione per indurre a riflessione.
Solo il tempo dirà se l’opera ha dato esiti positivi, in caso contrario, di certo, nessuno potrà sentirsi responsabile dell’autogol che il verbo “iare” ha provocato a se stesso.