Editoria in crisi
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L’editoria italiana è in piena crisi ormai quasi incallita, d’altro canto siamo uno dei paesi che non brilla certo per percentuali di lettori. Dal 2008 a qualche tempo fa si cominciavano a riscontrare timidi segnali di ripresa. Certo il lockdown ha ingenerato uno stop forzato che non ha facilitato le cose, se non ha addirittura fatto in modo che il cammino dell’editoria tornasse ad inerpicarsi su strade irte

Forse questo periodo di stop ha fatto riflettere che serve una inversione di marcia, soprattutto la piccola e media editoria ne escono abbastanza malconce, perché la tiratura più limitata seppur con l’apporto della pubblicazione digitale non ha sortito una ripartenza facile.

Parlo da addetta al settore, dal momento che anche io ho un piccolissima casa editrice, che si barcamena, legata al mondo culturale con moltissimi contatti, e forse ancora più tangibilmente posso testimoniare le storture che fanno vedere con miopia al futuro.

Chiusura delle librerie

Con la chiusura delle librerie sicuramente si è bloccato il meccanismo della distribuzione, certo anche la tiratura di opere mandate in stampa ha subito una forte riduzione, anche le tipografie, a parte quelle delle testate giornalistiche importanti, hanno quasi tutte smesso di stampare. Di conseguenza le case editrici si sono viste costrette a riprogrammare le scadenze, le presentazioni, le manifestazioni con l’autore in questa o quella libreria importante.

Anche la possibilità di acquistare dai grandi motori di vendita online ha visto un forte rallentamento, perché si è ovviamente privilegiato il settore delle vendite dei beni di prima necessità, relegando le vendite dei libri a quelli che comunque erano già considerate scorte di magazzino, mentre per le altre pubblicazioni ci sono stati stop programmati per oltre un mese, se non vogliamo considerare la vendita degli e-book, che magari ha un target più tra i giovani utenti, che non in chi ancora ama il profumo della carta stampata, il fruscio delle pagine, e magari fermarsi su un pensiero e annotarci una propria emozione, come facevano gli studiosi nelle glosse e nei brocardi.

Il piccolo editore

Il piccolo editore si è visto piombare addosso progetti di pubblicazione saltati, a causa dell’incertezza della ripartenza della macchina, che ricordiamolo non è solo l’editore e l’autore, ma anche il correttore di bozze, l’editor, il grafico, l’impaginatore, il distributore, le presentazioni, e di conseguenza la pubblicità mirata a veicolare quel determinato prodotto.

Una certa ripartenza e qualche scalino composto di titoli vedrà la luce sicuramente quando anche questa fase due e tre della pandemia da covid ci darà degli spiragli tangibili, molto probabilmente dopo l’estate.

Dove si è potuto mediare, l’editore al passo con i tempi tecnologici ha optato convincendo l’autore ad uscire con titoli in digitale e veicolando le presentazione con video autore-intervistatore propagando il metodo delle videointerviste con l’autore attraverso i social quali Zoom, Meet, Facebook, Google, Youtube e tanti altri e poi con il vecchio metodo del tam tam della condivisione.

Così come accade per le università telematiche anche l’editoria suo malgrado ha dovuto rettificare i suoi palinsesti. E forse non tutto il male viene per nuocere, nei periodi evolutivi del genere umano sicuramente sopravvive sa adattarsi al nuovo che avanza, che poi è la teoria dell’evoluzione darwiniana.

L’Italia non si trova ai primissimi posti per il consumo delle pubblicazioni online, ha una tipologia di mercato ancora troppo legata ai grandi gruppi editoriali che hanno dalla loro meccanismi di ammortamento differenziato.

Sicuramente in questo periodo le pubblicazioni saranno legate al periodo covid, alla ritrattazione della peste, della spagnola, dell’ebola, scriverà questo o quel virologo il tutto e il contrario di tutto, come d’altra parte sta accadendo con tempi rapidissimi con i botta e risposta televisivi su questo o quel programma, distogliendo di fatto l’attenzione, almeno per il momento, su prodotti culturalmente validi ma commercialmente più di nicchia.

Quello che si sta perdendo via via, a parte qualche caso sporadico, è l’editoria della letteratura importante.

La scuola non ha più il tempo di soffermarsi sui tempi e i modi di far amare quello che ha reso grande la nostra terra, con autori poeti storici romanzieri che hanno reso grande il nostro panorama culturale dal ‘200 fino ai nostri giorni. Purtroppo è dovuto ai tempi velocissimi di apprendimento, che lasciano per strada la decantazione della cultura che avviene come l’apprendimento lessicale, si assimila per osmosi dal mondo che ci circonda, per poi emettere parole e viaggiare nel mondo fagocitando positivamente tutto quello che ci può accrescere in  ogni ambito.

Ancora mi coccolo i volumoni Utet che ogni anno si aggiornavano ed mi vedo giovane divoratrice di carta stampata, che costringevo mio padre ad aggiungerci tomi su tomi, o la Letteratura Italiana della Garzanti, o la “Storia d’Italia” di Indro Montanelli, o i volumi dei Meridiani che all’epoca costicchiavano un po’ ma che caparbiamente compravo di volta in volta.

Per fortuna ho chi mi segue nella lettura e nella scrittura a volte anche critica e sarcasticamente mordace, ma sono mosche bianche che vanno coltivate.

“Scrivere è come fermare il tempo su piccole moleskine, ricucendo l’intervallo tra un battito di ciglia e la rullata timbrica di una emozione, perché ripercorrendola, a distanza di vita vissuta, ci possa far sentire quello stesso brivido che l’ha generata. Se solo capissimo questo, lasceremmo la fugacità dei social e semplicemente torneremmo ad avere l’esigenza di perderci nell’orizzonte di un tramonto, descrive dolo con le parole dettate dall’anima” (Irene Sparagna).