Dall'Università di Bologna un nuovo interessante studio sul manoscritto de L'Infinito di Leopardi (fonte Poesia-Corriere)
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L’Infinito, celebre componimento del poeta Giacomo Leopardi, è stato analizzato mediante una tecnologia ad alta definizione da un gruppo di studiosi del Dipartimento di Filologia Classica ed Italianistica dell’Università di Bologna

L’utilizzo di questa nuova tecnica, chiamata Rti (Reflectance Transformation Imaging), già applicata in archeologia, potrà essere esteso anche ad altri casi di studio riguardanti la filologia antica.

L’Infinito riportato in un manoscritto napoletano

Se si pensa ad uno dei più grande poeti italiani come Giacomo Leopardi, è facile associare il suo nome ad una delle sue liriche più belle, come L’Infinito. Il componimento fa parte della raccolta dei Canti, redatta dall’autore negli anni giovanili, tra il 1818 ed il 1819. Formata da 15 endecasillabi sciolti, la poesia fu poi scritta intorno al 1826 in un quaderno manoscritto, a cui Leopardi diede il nome di “Idilli”, conservato presso la Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III di Napoli.

Il problema della datazione

Tale preziosissimo documento è stato oggetto di interesse e di studio di un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Filologia Classica ed Italianistica dell’Università di Bologna, guidato da Paola Italia. Secondo la docente dell’Ateneo felsineo, risulta ancora oggi complesso stabilire l’esatta data in cui il “giovane favoloso” (epiteto assegnato a Leopardi dalla scrittrice napoletana Anna Maria Ortese) compose l’Infinito: “Nonostante sia forse l’autografo più conosciuto della letteratura italiana, “L’Infinito” è un oggetto ancora misterioso. Ancora non sappiamo con precisione, ad esempio, se sia stato composto prima o dopo il 29 giugno 1819, ventunesimo compleanno di Leopardi, che diventato maggiorenne tenta la fuga da Recanati: tutto ciò che sappiamo è legato ad un quadernetto a righe che reca, oltre a “L’Infinito”, anche altri idilli”.

Giacomo Leopardi scrisse L’Infinito negli anni della sua giovinezza (fonte Bergamo News)

Rti: dall’archeologia alla filologia

Per risolvere questo arcano il gruppo di ricercatori bolognesi ha fatto ricorso alla Rti, acronimo di Reflectance Transformation Imaging. La tecnologia è già da tempo applicata in ambito archeologico per studiare le ceramiche, risalenti anche ad epoche molto lontane come l’Età del Bronzo. Affinché la Rti possa svelare “fenomeni di superficie”, come anche nel caso di un manoscritto antico, occorre visualizzare i reperti in differenti condizioni di illuminazione.

Per l’analisi del documento leopardiano custodito presso la Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III di Napoli, Paola Italia ed i suoi colleghi filologi si sono avvalsi del supporto scientifico del Laboratorio Fotografico e Multimediale FrameLab del Campus di Ravenna dell’UniBo. Le apparecchiature necessarie per l’applicazione della Rti, invece, sono state fornite dall’ente culturale no profit Cultural Heritage Imaging.

Tre fasi di composizione de “L’Infinito”

I risultati dello studio condotto dai ricercatori dell’Università di Bologna saranno illustrati in un convegno dal titolo “Carte, penne, inchiostri. Imaging, 3D e restauro digitale”, che si terrà domani, venerdì 6 dicembre, nella città felsinea. Tuttavia, Paola Italia ha voluto rivelare in anteprima alla stampa alcuni dei dati emersi nel corso dell’indagine: “”L’Infinito“, che occupa il secondo posto tra i testi del quaderno (quello degli “Idilli”), reca tre fasi diverse: quella realizzata con la penna della scrittura base, a cui seguono una serie di correzioni a inchiostro più scuro, realizzate l’anno successivo, nel 1820, quando scrive “La sera del giorno festivo”, e infine altre piccole correzioni effettuate con una penna dall’inchiostro rossiccio, preparando il testo per la copia definitiva”.

La ricercatrice ha poi sottolineato la volontà da parte sua e del suo staff di proseguire, già nell’immediato futuro, questa modalità di studio sugli autografi leopardiani, in cui vanno a braccetto metodo filologico ed innovazione tecnologica.

Nato a Taranto nel 1986, Angelo Zito frequenta il liceo classico conseguendo la maturità classica nel 2005 con il punteggio di 97/100.  Nel 2009 consegue con il massimo dei voti il titolo di Dottore in Conservazione dei beni culturali dell'Università presso l'Università Suor Orsola Benincasa di Napoli e nel 2011, presso lo stesso ateneo e con il medesimo esito, il titolo di Dottore Magistrale in Archeologia. Nel mese di aprile 2018 conseguirà il Diploma di Specializzazione in beni archeologici, titolo equipollente al dottorato di ricerca, necessario per l'accesso ad incarichi professionali presso il Mibact. Membro dello staff direttivo dell'Associazione culturale Heracles 2015, giornalista pubblicista dal maggio 2017, attualmente collabora con Il Giornale Off, approfondimento culturale online del quotidiano milanese.