Bella Società Riformata
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Il primo passo verso una Camorra “moderna” fondata su uno statuto redatto da Pasquale Capuozzo, un ferracavalli, nel 1820, il tribunale della «Gran Mamma» e l’usanza della «dote del capintesta»

La incontriamo per strada, nei palazzi, nelle campagne, nelle città.

Questa maledetta Camorra si è insinuata, nel corso dei secoli, come una serpe finanche nel DNA, nei tessuti più nascosti di questa nostra amata città.

Come ricorda Vittorio Paliotti nel suo Storia della camorra, si comincia a parlare  per la prima volta di Camorra in una novella del Pentamerone  di Giambattista Basile: «Le facettero vedere camorra de telette de Spagna», scrive l’autore in riferimento ad un particolare tipo di abbigliamento in voga anzitutto in Spagna.

Secondo molti studiosi la parola Camorra, intesa in un’accezione più vicina alla nostra, deriva dall’analogo vocabolo spagnolo che sta a significare diverbio, rissa.

È giusto quindi pensare che il termine abbia una derivazione spagnola e che il fenomeno sia evidentemente d’importazione.
Nel 1735 in un’ordinanza emessa a Napoli relativa ai giochi d’azzardo, troviamo per la seconda volta la parola Camorra nell’elenco delle bische tollerate: detta ordinanza, infatti, menzionava «la camorra innanzi al palazzo», ossia tutte quelle bische che aprivano i battenti propria davanti alla reggia.

Dal Seicento alla Bella Società Riformata

In realtà, subito dopo la rivoluzione di Masaniello, nel 1647, la setta è denominata Società dei Mastri Ferrari e i proventi principali sono tratti dalla “contro gabella” che sostanzialmente consiste nell’imposizione agli esportatori e importatori di un’ulteriore tassa, in cambio di una sorta di protezione.

Pur mutando le denominazione nel corso dei secoli, soltanto ai primi dell’Ottocento, la camorra napoletana si organizza nella Bella Società Riformata, con leggi e gerarchie rigidissime e inoppugnabili, attraverso il Frieno, lo statuto.

Premesso che è con l’Unità d’Italia che quest’organizzazione criminale s’afferma ancor più prepotentemente nel tessuto politico, economico e sociale napoletano, è tuttora difficile stabilire l’identità di chi, nel dicembre 1820, decide di dare un volto più “evoluto” alla Bella Società Riformata.

Pasquale Capuozzo e la «dote del capintesta»

La tradizione popolare però fa coincidere quel nome con quello di Pasquale Capuozzo, un ferracavalli di Porta Capuana, sposato con una gelosissima mammana, una donna che esercitava il mestiere di levatrice.

Secondo detta tradizione, è proprio Capuozzo ad essere autore del primo statuto della setta, il cui capoverso iniziale dice:

«La Bella Società Riformata ha per fattore Dio, per consigliere San Giuseppe, per protettrice Mamma Santa Immacolata».

Convinta di essere stata tradita, la moglie di Pasquale Capuozzo lo uccide.

 Il tribunale della Gran Mamma non interviene però nella vicenda, in quanto il delitto si era concretizzato per motivi estranei alla carica ricoperta da Capuozzo.

Per onorare la memoria di quest’ultimo, i camorristi decidono di offrire corredo da sposa e denaro a dodici giovani del popolo, sorteggiate fra le più povere dei dodici quartieri, inaugurando quella che diventa una vera e propria usanza popolare, la «dote del capintesta».

Ferdinando Guarino