Un'immagine dall'alto mostra la zona rossa di Mondragone (Caserta) ANSA/FUSCO
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A Mondragone il Covid mostra lo sfruttamento dei lavoratori stagionali

Non sono giorni facili per la comunità di Mondragone, comune del Casertano che si affaccia sul litorale domizio, dove è stata istituita una zona rossa nell’ex area Cirio. Tra questi enormi edifici nati sulla scia della speculazione edilizia che ha caratterizzato l’intero litorale domizio durante gli anni Settanta e Ottanta, la densità abitativa è altissima e non sempre si conosce con esattezza il numero dei residenti che vivono negli appartamenti.

L’intera area è abitata, infatti, da persone di origine straniera, provenienti soprattutto dai Paesi dell’Europa orientale e dai Balcani, come Bulgaria, Polonia, Ucraina e Albania. Gran parte delle persone che vi abitano sono lavoratori in nero o stagionali, che svolgono la loro attività di braccianti nelle campagne circostanti, o nei territori dei paesi limitrofi, spesso soggetti a paga giornaliera. La zona è infatti interessata dal fenomeno diffusissimo del caporalato, una piaga sociale ed economica molto difficile da estirpare nei territori del Casertano e che ha come protagonisti proprio i lavoratori stranieri.

Tutto il comparto agricolo nella provincia di Caserta si regge sulla manodopera straniera, in alcune produzioni si tratta soprattutto di donne. In molti casi sono impiegati anche dei minorenni.

Nella cittadina campana i bulgari sono la prima comunità di stranieri, seguiti dagli ucraini e dai romeni. I residenti sono circa un migliaio, a cui si aggiunge un migliaio di stagionali che arrivano nella stagione estiva per lavorare nei campi di pomodori, di fagiolini e di meloni della zona, per poi fare ritorno a casa alla fine del raccolto. Essendo cittadini comunitari, gli immigrati bulgari non hanno bisogno di particolari visti, si muovono senza problemi attraverso la frontiera ma, una volta in Italia, finiscono per diventare dei veri e propri fantasmi. Pur avendo i documenti, infatti, rimangono senza contratto di lavoro e senza residenza e non compaiono in nessun registro e in nessuna anagrafe.

In Italia ci si è accorti di loro perché nei primi giorni d’isolamento delle palazzine ex Cirio di Mondragone, alcuni si sono sottratti ai controlli e hanno lasciato la zona rossa per andare a lavorare, mentre altri sono scesi in strada per protestare contro la chiusura. Questo ha provocato reazioni violente degli abitanti della zona e ha alimentato un sentimento di ostilità verso l’intera comunità, sfociato in veri e propri scontri. Ma i bulgari vivono a Mondragone e in molte altre città meridionali da almeno dieci anni.

Lavorano fino a dodici ore al giorno nei campi, gli uomini guadagnano tra i 30 e i 40 euro, le donne anche meno. Molto al di sotto degli standard previsti dal contratto nazionale di categoria. Pagano almeno cinque euro al giorno a un caporale che fa da intermediario con il datore di lavoro. La mattina alle 4 i pulmini dei caporali li vengono a prendere alle rotonde e li portano in campagna.

La situazione è nota alle autorità, ma nonostante questo lo sfruttamento della manodopera straniera da queste parti è la norma. Anche durante il lockdown, mentre nel resto del paese le attività erano sospese e limitati gli spostamenti per tutti i cittadini, a Mondragone i pulmini dei caporali non si sono fermati.

Le palazzine Cirio dovevano essere un fiore all’occhiello della città, strutture all’avanguardia per famiglie facoltose di Napoli che venivano in vacanza a Mondragone

C’è stato un passato glorioso del litorale domizio in cui gli Agnelli attraccavano con lo yacht al villaggio Coppola e Versace faceva le sfilate all’hotel Pinetamare di Castel Volturno. Molti di questi edifici però erano abusivi e sorgevano in aree protette. Negli anni ottanta con il terremoto dell’Irpinia e il bradisismo dei paesi della fascia flegrea, migliaia di persone che avevano perso le case nel sisma sono state sfollate tra Mondragone e Castel Volturno.

È dagli anni ottanta che la zona dei palazzi Cirio a Mondragone è diventata una zona franca, dove si svolge lo spaccio e diverse altre attività criminali, i palazzi non sono occupati, gli immigrati e gli stessi italiani pagano affitti molto bassi a proprietari che in molti casi non sono nemmeno di Mondragone. Spaccio e prostituzione nelle aree limitrofe ai palazzi, insieme alla forte presenza di immigrati, hanno contribuito a rendere il quartiere malfamato.

Anni di abbandono e di marginalizzazione sociale da parte delle istituzioni hanno trasformato l’ex area Cirio in un vero e proprio quartiere ghetto, sul quale si giocano diversi interessi in ballo: da una parte, ci sono quelli dei palazzinari che gestiscono in maniera predatoria il mercato dei fitti in nero sugli immobili; dall’altro lato, le infiltrazioni della criminalità che, approfittando dell’atteggiamento superficiale delle istituzioni e della carenza dei presidi minimi di legalità, si è impossessata dell’area trasformandola in una piazza di spaccio di sostanze stupefacenti, ma anche in un ricettacolo per il contrabbando e per la prostituzione.

Siamo, dunque, di fronte a una vera e propria emergenza sociale in primis, che non poteva che trasformarsi in emergenza sanitaria. Una bomba che prima o poi sarebbe esplosa al punto da creare diverse tensioni tra i cittadini di Mondragone e i lavoratori stranieri che sono sfociate anche in problemi di ordine pubblico da un lato, e in fenomeni di intolleranza e di xenofobia dall’altro.

Per questo è bastato che gli immigrati bulgari scendessero in piazza il 25 giugno, violando la zona rossa, perché si scatenassero le rivolte anti-immigrati tra i mondragonesi, che sono arrivati a evocare la pulizia etnica contro rom e bulgari. Ma ad animare le proteste erano soprattutto dei rappresentanti di piccolo calibro della malavita locale, sostenuti da militanti della destra e da alcuni ultrà. È stato incendiato un furgone, sono state vandalizzate delle auto con le targhe straniere e ci sono stati episodi violenti contro gli immigrati. Dai balconi delle palazzine, gli immigrati hanno lanciato delle sedie contro chi manifestava.

Un conflitto potenzialmente esplosivo

Secondo il quotidiano Il Mattino, durante le proteste c’erano delle persone che erano state coinvolte nella strage di Pescopagano, avvenuta il 24 aprile del 1990, un raid punitivo organizzato dal più potente clan della città, il clan La Torre, contro gli africani della zona, nella quale morirono sei persone e otto rimasero ferite. La camorra non è più forte come un tempo da queste parti, ma durante le manifestazioni qualcuno l’ha evocata, quasi rimpiangendo il tempo in cui il controllo del territorio era affidato ai boss locali.

La dinamica ricorda molto le rivolte scoppiate negli ultimi anni nelle periferie romane contro i centri per migranti e i campi rom da Tor Sapienza a Torre Maura, in cui presunti comitati di cittadini organizzavano proteste a uso e consumo della politica nazionale che le ha trasformate spesso in palcoscenici e spot elettorali. Anche in questo caso il rischio è che si distolga l’attenzione dalla questione principale: le condizioni di sfruttamento della manodopera straniera impiegata nel sistema agricolo in Campania e nel basso Lazio, e i rischi che comportano per la salute di tutti.

Sergio Nazzaro, giornalista e scrittore mondragonese, riporta l’attenzione sul tema: “I rom, al centro del focolaio, sono stati considerati gli untori. Ma non sono untori quando vengono sfruttati nei campi dagli italiani? Quanti di loro hanno un vero contratto stagionale? Quanti di loro hanno un regolare contratto di affitto nei palazzi ex Cirio? Quanti proprietari di casa che affittano a posto letto, pagano tasse e tari? Quanto fa guadagnare lo sfruttamento di tanti a pochi italiani senza scrupoli?”.

Domande a cui nessuno sembra voler rispondere.

 

Francesco Manca