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Risale all’agosto 2014 il lancio ufficiale di Musical.ly, il nuovo social network sotto forma di app gettonatissimo tra i più giovani. Fondato in Cina, il portale è l’evoluzione di un progetto antecedente nato dagli sviluppatori Alex Zhu e Luyu Yang.

Inizialmente, il progetto prevedeva la funzione di educare gli adolescenti con alcuni video di 3-4 minuti a seconda delle materie. Nonostante alcuni investitori fossero decisi a puntare sulla nuova forma di insegnamento, non si è avuto il riscontro sperato e di conseguenza i due developer decisero di creare qualcosa di totalmente diverso e di non abbandonare il target adolescenziale; fu così che nacque Musical.ly.

A differenza degli altri social network si è puntato, infatti, all’idea di fondere musica e video insieme in un contesto giocoso. Gli utenti, appunto, possono postare dei video in playback nei quali fanno dei balletti o delle mosse riferite alla canzone prescelta (generalmente una hit del momento) che viene selezionata ed inserita nel video con effetti e filtri particolari (ça va sans dire); il tutto per una breve durata, una quindicina di secondi al massimo. Un’idea che ha avuto un successo strepitoso: attualmente si parla di 200 milioni di utenti (di cui 4 solo in Italia), 12 milioni di video caricati al giorno e un fatturato di circa 750 milioni di Euro all’anno. Cifre astronomiche, insomma, che hanno portato l’azienda ad aprire anche degli uffici a San Francisco (nonostante la sede principale sia a Shangai) e a far nascere ulteriori nuove funzioni quali: live.ly per i video in diretta e direct.ly per la messaggistica istantanea.

C’è da dire che il successo dell’app (che è disponibile sia su iOS che su Android) è dilagato soprattutto tra minorenni, di cui il 70% risultano essere ragazze, con un’età media di circa 15 anni. Come spesso accade dove vi sono bambini e adolescenti, trovano terreno fertile malintenzionati (come dimenticare il fenomeno Blue Whale di alcuni anni fa, che portò, attraverso un meccanismo di gioco, molti adolescenti a suicidarsi).

Per quanto riguarda Musical.ly, il caso è scoppiato quando una bambina di 10 anni ha chiesto alla madre il permesso di iscriversi al social più di moda tra i suoi coetanei. La madre, prima di accordarle o negarle il consenso, ha voluto verificare di persona di cosa si trattasse e si è imbattuta, neanche tanto casualmente, in video con hastag tutt’altro che rassicuranti tipo #proana, #cutting, #mutilation e #selfhate, tutti cioè inneggianti all’anoressia, bulimia ed autolesionismo; insomma, argomenti non propriamente ideali per chi va ancora alle elementari. La madre in questione ha quindi denunciato l’inadeguatezza dei video con un lungo post sul portale Medium intitolandolo “Il porno non è la cosa peggiore su Musical.ly”, ma purtroppo il fenomeno non è cosa nuova, infatti, già su YouTube Kids, Tumblr e WhatsApp circolano da tempo contenuti inadatti, soprattutto se indirizzati ad un pubblico di bambini e adolescenti facilmente influenzabili e plagiabili.

Se comunque, fino a poco tempo fa, con una semplice ricerca era possibile trovare migliaia di video del genere, dopo che il portale BuzzFeed ha dato risalto alla denuncia della madre, Bytedance, l’azienda proprietaria del marchio Musical.ly, è corsa ai ripari bloccando prontamente la ricerca di queste keywords e rilasciando un comunicato a mezzo stampa in cui spiega che “Essendo un social in voga, indirizzato ad un utenza giovanile, abbiamo il dovere di tutelare i nostri utenti e il processo attraverso il quale vengono eliminati i termini ricercabili è in continua evoluzione. Ma non è facile combattere la diffusione di questi contenuti che mirano a plasmare ragazzini. Il problema principale è che gli hashtag continuano a cambiare”.

Infatti basta una piccola variazione, anche di una sola lettera o un simbolo, che il sistema di ricerca riconosce la parola come nuova e di conseguenza il blocco imposto dagli sviluppatori risulta inefficace. E poi c’è anche il rovescio della medaglia: bloccare la possibilità di cercare questi termini sui social network comporta una maggiore difficoltà nel raggiungere gruppi di auto-aiuto (il primo nacque su Instagram ma ce ne sono diversi su tutti i social), che invece offrono sostegno a chi soffre di determinate patologie, sia fisiche che psicologiche, affrontando questi temi da un punto di vista critico. Quindi bloccare la ricerca è un palliativo perseguibile ma non definitivo.

Stefano Popolo