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Un sondaggio svizzero ci spiega quando e perché siamo disposti a rinunciare all’utilizzo di programmi e servizi sul web per tutelare la nostra privacy. Talvolta spinti da “sensazioni” più che da reali motivazioni.

Capita spesso che i meccanismi mentali che regolano i nostri comportamenti si basino su sensazioni e pregiudizi. Ci sono persone che “a pelle” possono incontrare il nostro gradimento, esperienze che accettiamo di vivere perché le colleghiamo ad aspettative positive, così come accade quando scegliamo di acquistare un prodotto piuttosto che un altro. Allo stesso modo, siamo convinti di trovarci “al sicuro” in certe situazioni, mentre altre, talvolta inspiegabilmente, vengono associate a un’idea di rischio. Si parla tantissimo in questo periodo di web e sicurezza, di tutela della privacy e delle nostre vite virtuali. È interessante perciò spendere qualche parola su uno studio promosso da Sotomo (su incarico della Fondazione Sanitas Assicurazione Malattia) ed effettuato sulla base di quattromila interviste.

Privacy, la sicurezza non è mai abbastanza

Lo studio ha come oggetto la percezione di tutela della privacy che gli utenti della rete hanno rispetto a programmi come Netflix o Spotify, motori di ricerca e portali per lo shopping on line, in un’epoca in cui attraverso i dispositivi digitali la complessità delle nostre vite è completamente monitorata. Ci si sofferma poi proprio sui meccanismi che ci portano a ritenere più o meno affidabile un sito, un servizio on-line o un portale. Quel che è certo è che vi è una forte attenzione, e una certa diffidenza, rispetto alle modalità con cui i nostri dati vengono utilizzati. Da questo punto di vista, i recenti scandali che hanno coinvolto i colossi del web non aiutano. Vi sono però anche alcuni dati non immediatamente spiegabili.

Streaming e cloud bocciati. Si allo shopping on line e ai motori di ricerca

Viene fuori, per esempio, che una persona su dieci rinuncia a Netflix e Spotify per questioni di privacy, mentre vi è una minore diffidenza nei confronti dei portali per l’acquisto di merci e ancor più dei motori di ricerca. A voler trovare una spiegazione, più che una maggiore fiducia, vi è la consapevolezza di una “indispensabilità” di questi ultimi due tipi di servizi, che ci porta a indebolire le difese rispetto alla tutela della privacy. In sostanza, l’utente si mostra più attento a questo genere di questioni nei casi in cui sente di poter facilmente rinunciare al servizio. Esempi lampanti sono le “paure” rispetto ai siti che offrono visioni di film, programmi televisivi, competizioni sportive in streaming, e ancor di più nei confronti dei servizi di cloud storage, la cui utilità è considerata relativa: quasi il 20% degli intervistati ha mostrato diffidenze nei confronti degli spazi di archiviazione on-line, diffidenze accentuate da parte di chi utilizza meno le applicazioni digitali via smartphone.

La privacy nel mondo smartphone

Quest’ultimo è un dato in controtendenza. Se sul web si tende a fare poca rinuncia dei servizi di uso quotidiano, la prudenza è infatti assai maggiore quando parliamo di smartphone. Il 72% degli intervistati ha dichiarato per esempio di avere spesso o sempre disattivate funzioni come i servizi di localizzazione (spenti dal 51% degli intervistati), della sincronizzazione con il cloud (47%) oltre che l’accesso ai propri contatti.

In questo senso va letta anche la modalità di “navigazione privata” o in incognito, molto utilizzata soprattutto tra i giovani, anche se fonte di qualche equivoco. La funzione (sfruttata dal 62% degli utenti sotto i 25 anni) permette il blocco del salvataggio sul dispositivo della cronologia e dei cookies, e non quello della raccolta dei dati da parte di terzi, come invece crede una percentuale rilevante tra gli internauti più anziani.

Paura di chi? Hacker, aziende e… partner

Altro dato interessante riguarda le paure rispetto a chi possa utilizzare i nostri dati, una volta che questi siano entrati in circolazione. La preoccupazione principale, naturalmente, è quella di un uso illecito da parte di hacker o dei tanti cyber-criminali. Un posto rilevante lo hanno anche le preoccupazioni rispetto a un uso “leggero” dei dati da parte di aziende e compagnie commerciali, con finalità di marketing e pubblicitarie. Non spariscono però le paure riguardanti la sfera personale: il 35% degli intervistati ha dichiarato infatti una delle preoccupazioni più classiche, con cui facciamo tutti i conti quotidianamente, anche se non abbiamo nulla da nascondere: il timore che i nostri messaggi possano essere in qualche modo “intercettati” e letti dal partner.