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Nacque a Osimo (Ancona) verso il 1177 dal nobile Gislerio, giurisperito

Ancora adolescente Silvestro fu inviato dal padre a Bologna e a Padova, per gli studi giuridici, ma abbandonò tale campo di studio per applicarsi a quello della teologia. Quando Gislerio venne a conoscenza del fatto, “prese la cosa molto di malanimo e per dieci anni privò ingiustamente il figlio della sua conversazione”. Superata la difficile prova, Silvestro “per i meriti della sua vita fu assunto tra i canonici della chiesa cattedrale della città di Osimo”.

Né la biografia né i documenti coevi accennano al sacerdozio di Silvestro, mentre la tradizione posteriore è unanime nell’attribuire a Silvestro, oltre alla qualifica di “canonico”, anche quella di “sacerdote”.

Silvestro attese con impegno al proprio ufficio, dedicandosi alla preghiera e alla predicazione; in più di un’occasione riprese per il comportamento poco esemplare il vescovo di Osimo Sinibaldo che cercò ogni pretesto per privarlo del beneficio canonicale. Fu in questo periodo che maturò la sua scelta di vita, secondo l’agiografo.

Intorno al 1227 Silvestro lasciò Osimo e si ritirò a vita solitaria a Grottafucile, uno speco fra i dirupi della gola della Rossa presso Serra San Quirico. Il luogo era di proprietà di Corrado, signore di Revellone, che aveva conosciuto Silvestro nella curia del legato della Marca d’Ancona impegnato a difendere energicamente i diritti della Chiesa di Osimo.

Neppure nella solitudine di Grottafucile Silvestro rimase a lungo sconosciuto: fra i numerosi pellegrini che gli fecero visita, alcuni religiosi cercarono di “trarlo al loro Ordine e di fargli accettare il loro abito e la loro regola”. L’eremita rifiutò tali inviti, ma da quel momento meditò sulla forma di vita religiosa da abbracciare e optò alla fine per la regola di San Benedetto da Norcia.

Silvestro fu rivestito dell’abito monastico “da un venerando monaco di nome Pietro Magone”, priore di San Esuperanzio di Cingoli nel 1226. Decisivo fu l’incontro, a Grottafucile, con due domenicani inviati da Gregorio IX a visitare i chierici della Marca d’Ancona; Silvestro accettò l’esortazione a non vivere da solo in quel luogo solitario e iniziò ad accogliere discepoli, che inizialmente vivevano in celle scavate nella roccia, poi in un piccolo eremo, i cui ruderi ancora sopravvivono.

Nel 1231 Silvestro fondò presso Fabriano, “su un monte alto e selvaggio”, l’eremo di Montefano, dove eresse un oratorio in onore di San Benedetto da Norcia su un terreno boschivo donato da alcuni cittadini fabrianesi. L’eremo, situato a 7 chilometri da Fabriano, fu scelto da Silvestro come casa madre del suo Ordine.

Silvestro divenne ben presto un personaggio di spicco nella società fabrianese: nel 1234, per esempio, fu chiamato a partecipare, in qualità di testimone, insieme con il vescovo di Camerino e il pievano Raniero, più volte confessore di Francesco d’Assisi, all’atto di fondazione del primo convento francescano a Fabriano.

Le comunità di Silvestro furono in genere di modeste proporzioni, scarsamente dotate di beni patrimoniali, spesso insufficienti al sostentamento. I monaci, per lo più non insigniti del sacerdozio, attendevano prevalentemente al lavoro dei campi e alla pratica della questua.

L’esperienza monastica di Silvestro si presentò come una rilettura della grande tradizione benedettina nel contesto religioso e socioculturale marchigiano del Duecento, fortemente impregnato dello spirito francescano. Silvestro, che a Osimo aveva incontrato due volte Francesco d’Assisi, rimanendone affascinato, conferì un’intonazione pauperistica al suo movimento, proponendo ai discepoli uno stile di vita semplice e austero.

Raccogliendo l’eredità spirituale di San Romualdo e San Pier Damiani, Silvestro ripropose l’ideale eremitico – contemplativo del monachesimo in un periodo di declino delle vecchie abbazie del territorio fabrianese, ormai inadeguate a svolgere il ruolo del passato nel tessuto della vita della Chiesa e della società comunale.

Per il suo movimento egli adottò il sistema congregazionistico, maggiormente efficace per garantire l’indipendenza e l’autonomia dei monasteri di fronte alle potenze temporali. Anche la scelta del titolo di “priore” al posto di quello di “abate”, divenuto ormai nel Medioevo sinonimo di prestigio e di potenza, segnò per Silvestro una precisa opzione di stile di vita.

Silvestro, colpito da “febbre ardente”, morì a Montefano il 26 novembre 1267, lasciava dodici eremi-monasteri (nove nelle Marche, due in Umbria e uno nel Lazio) e circa centoventi monaci.

 

A Napoli si dice: “ A sciorta d’ ‘o piecuro: nasce curnuto e more scannato!”.
La malasorte del capretto: nasce cornuto e muore sgozzato (la sfortuna non viene mai da sola).

 

Riflessione del giorno:

Posso resistere a tutto tranne che alla tentazione.
Oscar Wilde

 

Casimiro Todicchio