Ricordando le vittime del terrorismo
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La visione del film “La mafia uccide solo d’estate” di Pierfrancesco Diliberto detto Pif è stata l’occasione per ripercorrere con i ricordi quel periodo che oramai abbiamo incasellato nella memoria delle vittime del terrorismo

Nomi che hanno fatto grande la nostre storia, nomi che sono stati grandi per il loro coraggio e la purezza delle loro idee, che come tanti Don Chisciotte hanno combattuto le pale dei mulini a vento della mafia. Ma la lotta dei magistrati che hanno pagato con la loro vita non è stata una lotta vana, contro qualcosa che non è esistita e non esiste. C’è chi ha lottato e continua a lottare da anni contro lo strapotere della mafia e della criminalità organizzata.

Questa lotta costata sangue di figli di padri di grandi uomini ha svegliato da un torpore indotto per anni, è stata il punto di riferimento, lo stimolo a non lasciare più che fosse il silenzio a riempire l’ostracismo mentale che ha dominato per troppo tempo il nostro sud.

Ho vissuto gli anni in cui la vita era decisa a casaccio, un ventennio di stragi mafiose dal 1970 al 1990 in una Palermo  che per anni si nascondeva dietro la frase la mafia non esiste.

Nessuno vede, nessuno sente, nessuno parla

Ero troppo piccola per capire appieno cosa fossero le Brigate Rosse e perché volti politici scomodi venissero sequestrati torturati resi ai proprietari di un pensiero contrario e non corruttibile crivellati di colpi.

Guardavo nel soggiorno il mio  televisore Grundig, che a pensarci ora sembra uscito dai retroscena del paleolitico, e scorrevano immagini e cronache esagitate, criptate, non so bene quanto tagliate, già allora, ad arte, perché per quanto si cerchi la verità di cronaca anche i tg risentivano delle correnti partitiche del momento.

Era il lontano 1978 e allora le prime stragi che dovevano silenziare voci scomode furono Aldo Moro, sotto i colpi delle Brigate rosse e qualche anno dopo il giornalista Peppino Impastato per mano della Mafia.

Due tipologie parallele dell’estremismo che non accettava compromessi allora né oggi.

Non c’erano  così tanti partiti politici allora, e forse era davvero forte il senso di rottura e contrasto dietro cui si celavano le stragi giustificate dietro le BR le Brigate Rosse e la Mafia che tutto può e tutto manovra come un espertissimo Mangiafuoco burattinaio del popolo.

Anche essere giornalisti contro la Mafia e CosaNostra che subdolamente governano a pieno regime è difficile, perché i giornalisti non scrivono quello che vogliono, ma scrivono quello che gli altri indicizzano forzosamente di scrivere.

Seguirono gli anni del generale Dalla Chiesa (3 settembre 1982), di Rocco Chinnici (29 luglio 1983) Salvo Lima (12 marzo 1992), Giovanni Falcone (23 maggio 1992) e Paolo Borsellino (19 luglio 1992) e dei vari uomini delle scorte, i quali sapevano bene che nell’ultimo periodo erano bersagli più che facili che era statala scelta di seguire ciò che giusto contro ciò che è illegale.

Ricordare ha il sapore e il dovere di non smettere mai di trovare anche la più infinitesimale briciola di verità

 Palermo e la sua Sicilia hanno il sapore delle zagare, l’arancione e il giallo oro carico degli agrumi di Sicilia a contrasto lacerante delle copertine dei quotidiani e dei giornali che appaiono come controfigure di una Spoon River grottesca del dolore di chi resta.

 Contro la mafia è sempre il momento di dire Basta!

Le parole di Mattarella qualche tempo fa furono “Sappiamo molto ma non tutto: bisogna insistere impegnarsi maggiormente per illuminare con la verità gli angoli ancora nascosti di queste vicende, nelle quali si sono intrecciate trame nazionali, tradimenti e depistaggi”

Ho ancora in mente quelle immagini indelebili di Falcone e Borsellino, quel giorno non è stata dilaniata solo un auto con degli uomini a bordo, è stato un boato per la nazione, per lo Stato, per ognuno di quei ragazzi che non ha mirato al soldo facile dell’illegalità, ma ha abbracciato il lato giusto della vita.

È stato un’aria dilaniata che a fatica ha ricucito le ferite, ma quelle di dentro sono stille con cui si malgrado tutto imparato a convivere. Sono festività di assenze, sono sorrisi rubati,sono un ti voglio bene perso, sono nipoti non conosciuti e figli persi nella loro crescita.

E sono altresì costi umani che lo Stato non può permettersi il lusso di sminuire.

A questo serve la memoria, a questo serve parlare ai giovani delle sozzure della vita, a questo servono gli insegnamenti sempre moderni di Falcone e Borsellino: “La mafia non è affatto invincibile. È un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio, e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni”: Giovanni Falcone.