PMI e smart working: l’Osservatorio analizza le aziende italiane

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Che il 2017 sia stato l’anno del lavoro agile è assodato; i dati analizzati dall’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano confermano il trend verso questa nuova forma di lavoro. Compreso cosa sia, come funzioni e quali benefici produce (per aziende e lavoratori), è importante soffermarsi su un aspetto che si presenta, in parte, come un ostacolo all’ascesa definitiva dello smart working.

Si tratta delle PMI (piccole e medie imprese), aziende che si caratterizzano da precisi limiti sia in campo occupazionale (in Europa una piccola impresa è composta da massimo 50 dipendenti mentre quella media da 250) sia in quello finanziario (massimale di 10 milioni di euro di capitale per le piccole imprese e di 50 milioni di euro per le medie), che ancora oggi sembrano non essere entrate al 100% nell’ottica smart.

Nell’analizzare ogni singola azienda presente sul territorio italiano, l’Osservatorio Smart Working è riuscito a creare tre gruppi, ognuno scomposto a sua volta in piccoli sottogruppi, all’interno dei quali sono state disposte le varie piccole e medie imprese (che rappresentano un’ampia maggioranza tra gli organismi, composti di persone e beni, presenti in Italia).

Il campione statistico, preso in esame, conta circa 567 aziende (che rientrano nei parametri sopracitati delle PMI europee) e a tutte è stata chiesta la propria posizione in merito al concetto di smart working; il primo gruppo, quello chi si è dichiarato favorevole al lavoro agile, occupa una fetta del 37% sul totale intervistato.

Questa percentuale va, però, scomposta in almeno quattro sottogruppi, perché ogni PMI ha avuto un approccio smart working diverso. Andando in ordine crescente, partendo dal sottogruppo più piccolo per finire al più grande, si parte da un 3%, cioè quelle piccole e medie imprese che hanno deciso di lanciarsi nel lavoro agile ma che avvieranno un progetto, in quest’ottica, soltanto nei prossimi 12 mesi.

Salendo di percentuale arriviamo ad un altro 7%; qui troviamo tutte quelle aziende che hanno già un progetto strutturato in smart working, rispettando almeno due dei principi fondamentali della normativa del maggio 2017 (tra orari, luoghi di lavoro o materiale lavorativo). Un terzo sottogruppo è composto, invece, dalle PMI che è pronto, non ha ancora avviato progetti smart, non ha ancora fissato un ipotetico lasso di tempo, all’interno del quale avviarne uno, ma che sicuramente lo farà (queste aziende rappresentano circa il 12%).

Ultimo raggruppamento, a completamento del 37% iniziale, è composto da imprese (il 15%) che non hanno, concretamente, progetti strutturati, ma stanno implementando, attraverso una sorta di formazione informale, i concetti dello smart working presso le proprie strutture.

Il secondo gruppo, invece, è quello più grande (se pur di poco rispetto al primo) poiché contiene al suo interno il 40% delle PMI italiane; queste aziende son quelle che hanno deciso di “voltare le spalle” allo smart working in quanto, questa nuova modalità di lavoro, non sarebbe facilmente applicabile nei vari settori (vedi ad esempio quello manifatturiero) e quindi non riuscirebbe a realizzare i benefici facilmente ottenibili, invece, da un’azienda di un settore diverso.

Terzo, ed ultimo, gruppo (il 23% delle PMI) è quello in cui regna la totale incertezza o, addirittura, la non conoscenza dell’argomento; il 16% delle aziende, infatti, non ha ancora le idee chiare sullo smart working e quindi non sa se intraprenderà o meno un progetto strutturato in questo senso. Il restante 7%, invece, non ha minimamente idea di cosa sia il lavoro agile e, di conseguenza, ogni altra domanda sull’argomento sarebbe stata priva di senso.

Tra favorevoli e contrari domina ancora l’informalità

Dai dati del campione, quindi, l’Osservatorio Smart Working ha rilevato un aumento d’interesse da parte delle PMI verso questa forma di lavoro, ma allo stesso tempo son emerse alcune lacune che devono essere colmate; serve, infatti, un approfondimento di cultura sull’argomento per abbandonare gli approcci informali ed entrare a pieno ritmo in chiave smart. È importante studiare nuove figure professionali (a livello manageriale) e metodologie conformi al settore dell’azienda, in modo tale da permettere una radicalizzazione dello smart working anche in ambiti, ad oggi, irraggiungibili.

Se si vuole portare quel 63% (i non interessati, gli incerti e chi ignora l’argomento) a far parte del restante 37% è fondamentale favorire un approccio allo smart working diverso, realizzato su misura per l’azienda che decide di percorrere questa strada, perché è impensabile pretendere la realizzazione di un progetto smart working (sviluppato per una grande azienda) da una piccola o media impresa; diverso, invece, è riuscire a trarre benefici da un progetto creato ad hoc per quella piccola realtà imprenditoriale. Lo smart working ha tante potenzialità, basta solo riuscire a collocarle nei tasselli giusti.