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Ripetitività e monotonia

Stiamo vivendo una interminabile fase di stallo. Sotto tutti gli aspetti; valoriali, ideologici, politici, sociali, organizzativi, dialettici, conflittuali, cognitivi.

I valori ci sfuggono sempre più spesso; le ideologie, già di per sé latitanti, un semplice rimpasto di fenomeni momentanei; l’aspetto politico è ondivago, a seconda delle reciproche convenienze; il tessuto sociale appare dilaniato e, per tanti fattori concorsuali, ridotto ad un mero orpello; le dialettiche abbondano e, purtroppo, trascendono, sempre più spesso, in atteggiamenti di becera derisione; i conflitti si appalesano  avulsi dalla realtà e, per giunta, senza punti di riferimento; le cognizioni, per affrontare ciò che, per il momento, ha lasciato la pandemia, appaiono poco inclini alla comprensione del reale stato dell’arte.
Non sorgono, nell’immediato, fenomeni idonei ad invertire la rotta.

Gli impedimenti del tempo

Lo scenario politico non è molto diverso da altri apparati; il mondo televisivo, ad esempio, così come quello della pubblicità, del cinema e del teatro o, comunque, qualunque contesto idoneo a captare l’attenzione.
Chi calca le scene, sotto l’inevitabile luce dei riflettori, viene notato e, pertanto, distinto a seconda dell’impressione che offre.

Può essere, insomma, catalogato. Disinvoltura, emotività, insicurezza, scarsa propensione alla cultura, improvvidi interventi, inconsistenza, sono tutti connotati che, inevitabilmente, esplicano i coinvolti in tali contesti. Possono apparire anche estremamente soddisfatti di se stessi, ma la realtà è ben altra. Sono, più semplicemente, solo funzionali alla parte che sono chiamati a ricoprire.

In tanti, e non è certamente una scoperta, sono afflitti da problematiche attinenti la personalità. Passano da metafore ad effettività; da euforie insensate a esternazioni incomprensibili; da esagerazioni propagandistiche a giustificazioni puerili. Sempre senza ammettere il minimo errore, senza accettare la più piccola assunzione di responsabilità, esimendo se stessi da ogni aggravante.

Continua, esasperata, ricerca di consenso, di attenzione; una costante e pertinace osservazione circa la positività della propria figura; un comportamento sempre mirato ad una funzionalità, a garanzia di propri tornaconti. E’ quello che appare sotto gli occhi di tutti; infatti, non a caso, appare, perché di essenza vi è ben poco, anzi nulla.

Se non fosse per la assoluta emergenza in cui ci dibattiamo, ci sarebbe spazio per approfondire la problematica dal punto di vista del disturbo istrionico.In effetti, proprio tale “fastidio” garantisce effetti immediati, alla lunga comporta, senza ombra di dubbio, la compromissione relazionale e, quindi, uno stato di abbandono percepibile intimamente.
E’ quasi ineluttabile che accada.

Lavorare sul proprio intimo

Purtroppo, ed è così da sempre, siamo avvezzi a lavorare poco su noi stessi; pensiamo di poter disporre dell’altrui pazienza, dell’altrui comprensione e dell’altrui pacatezza senza mai chiederci fino a quando sarà possibile.
In effetti, in estrema sintesi, abusiamo. Ma fino a quando ci sarà consentito?

Fino al momento in cui la controparte non sarà esausta e oltremodo provata. A tal punto scopriremo, purtroppo, un aspetto della nostra indole che ignoravamo: la drammatizzazione.
Sarà il punto di non ritorno; tutti ci appariranno perfidi e malandrini, irriconoscenti e opportunisti. Invece, purtroppo, sarà solo l’emersione, totale ed inconfutabile, del disturbo istrionico che reputavamo, erroneamente, un asso nella manica.

A tale stadio si appaleseranno i problemi interpersonali, si faranno strada le inflessibilità, cui dovremo sottostare avendo confuso, in precedenza, la disponibilità altrui, con uno strumento utile solo per propria convenienza.
Quello sarà il momento in cui capiremo come tutti abbiamo un ruolo necessario, ma nessuno è indispensabile per qualcosa.
E sarà tardi.

 

Lucia De Martino