Il mantra della privacy Giornalisti, amministrazioni pubbliche, forze di polizia. Tutti i dati da maneggiare con cura.

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privacy e dati sensibili

Quello della tutela della privacy e della protezione dei dati sensibili è un argomento vasto, fonte di grande interesse negli ultimi decenni, parallelamente all’avanzare delle nuove tecnologie, e allo stesso tempo di grande discussione.

Il nuovo regolamento europeo sulla protezione dei dati, che entrerà in vigore il prossimo anno (a partire dal mese di maggio del 2018), interviene proprio per livellare le singole normative nazionali, andando a uniformare non solo legalmente, ma anche da un punto di vista culturale, le prospettive dei singoli paesi che fanno parte dell’Unione.

La stessa attenzione, la stessa regolamentazione, le stesse posizioni in materia, saranno comuni dalla Francia alla Romania, dall’Italia alla Spagna, dalla Germania all’Olanda; una misura probabilmente adeguata al contesto e al passo coi tempi, considerando lo sviluppo di una società con sempre meno confini, con prospettive e possibilità continue di scambi non solo materiali ma anche culturali, e in cui persone e, appunto, dati, si spostano di continuo e con velocità inimmaginabili fino a qualche anno fa.

Certo è che in questi anni tanti sono stati i casi, tante le curiosità, tante le questioni spinose legate ai regolamenti e alla tutela della privacy dei singoli cittadini. Qualche anno fa, in Italia, nacque un interessante caso con annesso dibattito, a seguito di una indagine effettuata da due giornalisti di un quotidiano locale, i quali si erano visti negare dal Comune di appartenenza il permesso per accedere alla lista degli utenti “privilegiati”, nell’ambito di una inchiesta sui titolari per i permessi della locale ZTL (Zona a traffico limitato).

Se la legge sulla privacy finora in vigore permette ai giornalisti di indagare sui possessori dei permessi, è vero che l’ultima parola spetta però proprio all’istituzione locale, quindi in questo caso al Comune.

Il Garante sulla privacy ha infatti “assolto” l’amministrazione comunale, dal momento che è lei a dover valutare la possibilità di assolvere alla richiesta, giudicandola più o meno appropriata a seconda degli elementi a disposizione, dal momento che nelle liste potrebbero esserci dati sensibili tutelati dalla privacy personale del singolo cittadino. “La legge sulla privacy – ha scritto a suo tempo il Garante – non pone di per sé ostacoli alla conoscenza da parte dei giornalisti dei nomi dei titolari di permessi per l’accesso all’aerea Ztl.

Spetta però all’amministrazione comunale verificare se la richiesta della testata giornalistica, sulla base dell’interesse o dei motivi rappresentati, sia da accogliere o meno, in conformità alla normativa in materia di accesso ai documenti amministrativi.

Nella risposta fornita ai due giornalisti, l’ufficio ha osservato inoltre che “il Codice in materia di protezione dei dati personali non ha inciso in modo restrittivo su una normativa che è posta a tutela e salvaguardia della trasparenza amministrativa, specie nel caso in cui l’attività amministrativa riguardi il corretto utilizzo di beni e risorse da parte di soggetti pubblici. E non può quindi essere invocata per negare in via di principio l’accesso ai documenti amministrativi”.

In sostanza, spetta dunque all’amministrazione comunale destinataria della richiesta di accesso ai documenti – ha osservato il Garante – il compito di valutare gli interessi in gioco e verificare l’esistenza dei requisiti posti alla base della richiesta, considerando che da queste liste potrebbero desumersi anche dei dati sensibili (riguardanti per esempio lo stato di salute degli utenti interessati).

Il giornalista da parte sua, nel caso la richiesta venga ritenuta legittima, dovrà naturalmente utilizzare in maniera responsabile i dati personali, rispettando il principio di essenzialità dell’informazione, evitando di pubblicare informazioni e dettagli privi di interesse pubblico o lesivi della dignità della persona.

Più recenti nel tempo sono invece gli accordi stretti in materia frodi rispetto alle carte di credito e alle tessere prepagate, e in generale le discussioni nell’ambito della tutela dei dati sui pagamenti telematici e sulle indagini a riguardo effettuate da parte delle forze dell’ordine.

L’Autorità infatti ha approvato una convenzione tra il Ministero dell’Interno e quello dell’Economia, in cui permette alle forze di polizia, attraverso l’utilizzo del CED (il Centro di elaborazione dati del Viminale) di accedere al SIPAF, acronimo che sta per “Sistema informatizzato di prevenzione amministrativa delle frodi”. Si tratta certamente, in questo caso, di maneggiare e utilizzare dati estremamente sensibili, sebbene, come ha sottolineato l’autorità, con “finalità di prevenzione e repressione dei reati commessi o comunque collegati all’uso improprio o scorretto delle carte di credito o altri mezzi di pagamento”.

È in questo caso quindi lo Stato a “tutelarsi”, assicurandosi di non incorrere in comportamenti lesivi della dignità e privacy del cittadino, nel momento in cui deve approfondire e acquisire informazioni (che non necessariamente diventeranno poi rilevanti a fini giudiziari o processuali) riguardanti dati dei singoli cittadini.

Si tratta, come abbiamo visto, di un mondo quindi molto delicato, in cui tutte le parti di una comunità (dai giornalisti alle aziende titolari dei trattamenti, dalle forze di polizia agli organi giudiziari) necessitano muoversi con estrema prudenza, nell’obiettivo comune di tutelare quella sorta di “diritto alla discrezione” che nel corso degli ultimi anni è diventato un vero e proprio mantra della nostra società.