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Il Tribunale europeo si esprime su una delicata questione, al centro di un accorato dibattito da già molto tempo: è più importante tutelare la privacy dei rappresentanti politici dei cittadini, o il diritto di questi ultimi a essere informati?

La riservatezza è un valore più importante del diritto di cronaca e, nel caso specifico, della cosiddetta “trasparenza” dei politici che ci governano. Lo ha stabilito il Tribunale dell’Unione Europea, pronunciandosi su una questione che ormai da anni mette sul piatto della bilancia da un lato il diritto alla privacy di alcuni cittadini, dall’altro, quello a essere correttamente informati, di altri.

Il diritto al rifiuto

I giudici di Lussemburgo hanno dato quindi ragione al Parlamento europeo, e torto ai giornalisti. Le informazioni relative alle spese dei parlamentari dell’organo continentale (come le indennità giornaliere, quelle di viaggio, e quelle per l’assistenza agli eurodeputati) sono protette e tutelate dal diritto alla riservatezza del singolo individuo. La stampa quindi non può avere accesso ai documenti, se non previa autorizzazione del soggetto interessato.

Il Tribunale ha insomma stabilito che le istituzioni comunitarie hanno il diritto di rifiutarsi dal fornire questo tipo di informazioni, nonché l’accesso a documenti – si legge – la cui divulgazione “arrechi pregiudizio alla tutela della vita privata e dell’integrità dell’individuo”. Una norma che andrà applicata in parallelo alla recente legislazione continentale sulla protezione dei dati personali, e agli aggiornamenti previsti dal GDPR. Stando a ciò che dice la legge, infatti, con l’espressione “dati personali” intendiamo qualsiasi informazione che riguardi una persona fisica identificata o anche identificabile (quando non citata esplicitamente).

Un diritto è uguale per tutti: la privacy prima di ogni cosa

Indipendentemente dal fatto che questi siano personaggi pubblici o meno, e da quali siano i loro delicati compiti e talvolta i loro privilegi, i rappresentanti dei cittadini all’europarlamento godono dello stesso diritto alla riservatezza di tutti gli altri. I giudici tra l’altro hanno sottolineato che la pubblicazione di dati come la quantità di soldi spesi in forma anonima, non avrebbe alcun senso, privando quell’informazione di qualsiasi utilità sociale. Scomparirebbe quindi la motivazione valida per la sua diffusione. Allo stesso tempo l’oscuramento di tutti i dati personali da questo genere di documentazione comporterebbe un enorme costo (si definisce nella sentenza “onere amministrativo eccessivo”) considerando il volume dei documenti disponibili e richiesti. Nulla di fatto insomma, la privacy prima di tutto. Anche del diritto di cronaca.

Un diritto altrettanto importante: quello a essere informati

Tuttavia, il dibattito sul rapporto tra potere e diritto alla riservatezza non è certo una novità collegata al parere del Tribunale dell’Unione. È difficile imporre una teoria secondo cui, per dare la possibilità ai cittadini/elettori di verificare come sono stati per esempio spesi i propri soldi dai rappresentanti che loro stessi hanno scelto, si possa limitare il diritto alla privacy di questi stessi rappresentanti. Allo stesso tempo si tratterebbe di un’esigenza comprensibile, e forse di un diritto egualmente importante e lecito: quello di essere informati sull’operare di chi di fatto è un rappresentante del popolo e nulla più.

Privacy più debole se la notizia riguarda il potere

Per discutere di queste questioni e di tante altre, l’Università di Messina ha organizzato un interessante seminario (oggi, venerdì 28 settembre, ore 16,00), dal titolo: Privacy, è più debole se la notizia è sul potere. Secondo la normativa italiana, i giornalisti hanno per esempio facoltà di pubblicare i dati personali di un soggetto senza il suo consenso, se quei dati hanno una valenza essenziale per l’informazione oggetto del contenuto giornalistico. Se però la persona chiamata in causa non è d’accordo, e decide di rivalersi per via giudiziaria, è il magistrato a stabilire la legittimità dell’operato del giornalista. Una discrezionalità molto elevata che, unita alla constatazione della minor soglia di privacy (riconosciuta anche dalla Corte europea dei diritti dell’uomo) dei personaggi pubblici, rende il terreno dove si svolgono le contese tra potere e diritto alla privacy decisamente scivoloso. D’altro canto, una certa rigidità, e severità, nei confronti dell’operato dei giornalisti, non viene riservata ad altri ambiti professionali. Come se la rete fosse una enorme lente di ingrandimento, attraverso la quale noi utenti siamo pronti a individuare e castigare (almeno moralmente) chi viene colto in fallo. Tutti, eccetto noi stessi.