Privacy e raccolta differenziata – Se la “trasparenza” non tutela il cittadino

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privacy e raccolta differenziata
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A voler essere “trasparenti”, a volte ci si sbaglia. Si potrebbe riassumere così, la polemica che sta coinvolgendo nelle ultime settimane alcune amministrazioni al confine tra la Campania e la Basilicata, con argomento la raccolta differenziata dei rifiuti. «C’è da fare molta attenzione – ha spiegato in una intervista al sito internet locale Ondanews il responsabile della sede Codacons di Vallo di Diano – sul tema.

Anche perché, pure da questi elementi si giudica il grado di sensibilità di una amministrazione pubblica nei confronti del singolo cittadino».

Con un gioco di parole che può apparire paradossale, infatti, Roberto De Luca spiega perché, quello della raccolta porta a porta dei rifiuti, sia forse l’unico caso politico in cui è… vietata la trasparenza!

Facciamo un passo indietro. Luglio 2005: l’Autorità Garante della privacy si esprime, nell’ambito di un parere sulla protezione dei dati personali, affermando che “in caso di raccolta porta a porta della spazzatura, anziché di conferimento dei rifiuti nei contenitori dislocati in strada, la prescrizione contenente l’obbligo di utilizzare i sacchetti trasparenti non è da considerarsi proporzionata.

In tal caso, infatti, chiunque si trovasse a transitare sul pianerottolo, o comunque nello spazio antistante l’abitazione, sarebbe posto in condizione di vedere agevolmente il contenuto esteriore del sacchetto”. Insomma, quel che butto nell’immondizia, a fine giornata, riguarda me e soltanto me.

O al massimo l’amministrazione comunale e l’azienda per la raccolta e il conferimento dei rifiuti, e le verifiche di correttezza delle operazioni che questi dovranno andare a effettuare successivamente.

Come potrebbero fare, però, le autorità, a questo punto, in mancanza di “trasparenza” a verificare che la raccolta differenziata sia stata effettuata in modalità corrette senza che ci siano violazioni della privacy? Una proposta a riguardo arriva proprio dal Codacons di Vallo di Diano: “Si potrebbe contrassegnare il sacchetto dei rifiuti con un codice a barre che rechi i dati identificativi del soggetto cui il contenitore si riferisce (eventualmente collegato a un database anagrafico presso il Comune), oppure fornire agli utenti degli appositi sacchetti da utilizzare obbligatoriamente per una determinata tipologia di materiale, sacchetti dotati di microchip o eventualmente di dispositivi di Radio frequency identification.

In questo modo si potrebbe identificare il conferente solo nei casi in cui sia stato accertato un mancato rispetto delle regole, o nel caso di quei cittadini che vogliono ‘fare i furbi’”.

Anche perché, come è naturale, gli addetti preposti al “controllo del sacchetto” e alla verifica dell’omogeneità dei materiali che si gettano al suo interno, sono in ogni caso tenuti al cosiddetto “rispetto alla riservatezza”; con sistemi di questo genere, ancor più di quanto accade oggi, questi verrebbero a conoscenza del contenuto, ma non (almeno in una prima fase) degli elementi identificativi del soggetto conferente, che quindi manterrebbe intatto il diritto alla privacy propria, e dei suoi dati personali. “Mediante una successiva verifica del codice a barre o del chip – conclude De Luca – si potrebbe invece risalire all’identità del soggetto solo in caso di violazioni, che comporterebbero uguali sanzioni come previsto dalle normative attuali”.

La proposta del Codacons locale, certo blinderebbe la riservatezza dei cittadini nell’ambito della gestione, appunto, privata, del cittadino dei propri rifiuti, anche se questo “aggiornamento” in materia di sacchetti, contenitori, microchip o sistemi di identificazione a radio-frequenza, comporterebbe un costo non indifferente per le amministrazioni, e quindi per la collettività. Insomma, ci risiamo, sempre sul solito enigma: quanto vale, anche in termini economici, la privacy di un cittadino? Va, questa, tutelata a ogni costo e in che modo?

Fatto sta che le amministrazioni che hanno previsto l’obbligo (nel 2017, quindi ancora a distanza di anni dalla promulgazione del parere del Garante) di utilizzare i sacchetti trasparenti, potrebbero dover correggere quanto scritto nelle locandine che hanno recapitato in questi mesi a casa degli utenti, o potrebbero addirittura partire delle denunce e delle richieste di risarcimento danni da parte degli utenti per violazione delle norme sulla protezione dei dati personali.

Da qualche parte, in giro per l’Italia, questo sta in effetti avvenendo, pratica virtuosa che lo stesso Codacons segnala come avvenuta per esempio nel comune di Sant’Arsenio, meno di tremila abitanti, in provincia di Salerno.

Naturalmente, in un contesto così, piuttosto che in quello di una grande città, si tratta di una operazione piuttosto semplice da effettuare, e con costi limitati, ma la verità è c’è poco da fare, che si tratti di piccoli paesini di montagna o metropoli: lo stesso Garante ha infatti evidenziato la necessità “di bilanciare il rispetto della disciplina sulla raccolta differenziata, accertando – ove necessario – l’identità dei contravventori passibili di sanzioni, ma allo stesso tempo tutelando il diritto degli interessati a non subire violazioni ingiustificate della propria riservatezza”. Insomma, la necessità di controllo e verifica del rispetto della legge, non può precludere quella al rispetto della privacy.

Così è deciso, l’udienza è tolta. Chi si affretterà a porre rimedio?