adv

Ottimi alleati al fianco delle campagne di prevenzione della salute sono risultati essere la profilazione e i social media, vediamo come

Social media: strumenti buoni o cattivi?

Come qualunque altra cosa, anche i social media non possono essere classificati né come strumenti buoni né tantomeno come strumenti cattivi. La loro connotazione, infatti, dipende chiaramente dall’uso che se ne fa.

Per comprendere bene questo discorso possiamo partire dalla questione della profilazione degli utenti, di cui negli ultimi tempi si sta parlando in continuazione in merito allo scandalo di Cambridge Analytica, che ha travolto Facebook.

Se in questo caso la profilazione ha comportato la diffusione di dati personali degli utenti di Facebook ad una società di marketing esterna violando in questo modo il diritto alla privacy, ci sono altri casi in cui ricorrere alla profilazione può salvare delle vite, come nel campo della sanità.

I social media e le campagne di sensibilizzazione attraverso la profilazione

Un esempio positivo della profilazione è stato reso noto da Boston, in particolare dal Massachusetts General Hospital, che ha lanciato una campagna di sensibilizzazione attraverso i social media che si proponeva come obiettivo la diffusione dei programmi di screening per il tumore, in particolare al polmone.

Grazie a questo progetto, dall’ospedale hanno fatto sapere che è significativamente aumentato il numero di soggetti che si sono sottoposti ad analisi di controllo, soprattutto Tomografie Computerizzate (che attualmente è l’analisi più indicata per localizzare eventuali presenze di masse tumorali ai polmoni) per l’appunto, presso il centro medico di fiducia e di riferimento.

I dettagli dell’operazione di profilazione

Quest’operazione è stata lanciata in via sperimentale attraverso delle campagne diffuse su Google e Facebook a pagamento, espressamente indirizzate a quelle che sono state valutate come persone a rischio ed ai loro caregivers, affiancate ad altre simili su Twitter e LinkedIn.

Il progetto ha avuto una durata di 20 settimane, durante le quali sono stati inviati messaggi periodici, con video e immagini di TAC, volti a sottolineare l’importanza che una diagnosi precoce può avere in questi casi.

I messaggi sono girati per lo più ad adulti al di sopra dei 55 anni ed ai loro familiari, quindi coniugi, figli e parenti di altra natura, tutti residenti in un raggio di circa 60 miglia dal centro medico.

Nella posta erano stati inseriti anche dei link che consentivano di accedere ad informazioni di tipo educazionale del centro medico stesso.

Come è stata adoperata la profilazione?

Grazie alle operazioni di profilazione che i social network hanno a disposizione, è stato possibile individuare le categorie considerate dai medici e dagli esperti della prevenzione più a rischio, inscrivendo il range ad adulti dai 55 anni in poi, fumatori o ex fumatori, compreso il personale e i pazienti del centro medico di riferimento.

Messaggi di questo tipo sono stati anche condivisi su Twitter e LinkedIn con tutte quelle che persone che, come risultante dai profili, operavano nella stessa zona, sia come personale sanitario che altro.

Quali sono stati i risultati ottenuti grazie alla profilazione?

La campagna di sensibilizzazione diffusa attraverso i social media ha ottenuto risultati sorprendenti: per quanto riguarda le TAC, si è passati da una media di 7 a 20 a settimana, per arrivare a 26 al momento della chiusura del progetto stesso.

Sorprendente è stato anche il numero di visite che le pagine del sito dedicate al tumore al polmone hanno ricevuto: si è passati da una media di 51 a ben 824 a settimana.

I limiti

Ciò che, come sottolineato dagli esperti, è venuto a mancare all’interno di questa campagna, però, è stata soprattutto l’assenza di un raffronto tra questo progetto ed un altro analogo, ma diffuso attraverso i media tradizionali.

Sarebbe senza dubbio interessante, per gli studi futuri, approfondire questo aspetto, perché non va dimenticato che i social possono essere uno strumento ottimo per diffondere questo tipo di iniziative, ma tengono fuori la fascia della popolazione di età più avanzata, la quale, tra l’altro, è quella sottoposta maggiormente a rischi nel campo della salute.

Il ruolo fondamentale dei social media

Come ormai da tempo è risaputo, ma anche come confermato da quest’ultimo esperimento, al giorno d’oggi tanto le campagne educazionali quanto le campagne di prevenzione, non possono più assolutamente prescindere dall’utilizzo del mondo digitale e dei media, in particolare dei social network.

Linee future

Questi dati dovrebbero iniziare a farci riflettere su come campagne di prevenzione ed educazione alla salute dovrebbero uscire dall’area di competenza del Ministero della Salute, per poter passare direttamente in gestione alle strutture stesse, riuscendo ad attirare così l’attenzione delle persone più vicine.