smart working il lavoro agile
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Quando la società evolve, quando la novità fa capolino nel quotidiano, quando si decide di modificare la tradizione con l’innovazione è sempre fondamentale valutare i rischi e i benefici derivanti dal cambiamento; per lo smart working (lavoro agile) la prassi è la stessa e tantissime aziende in tutto il mondo, prima di adottare questa particolare forma di lavoro, hanno analizzato ogni aspetto nel minimo dettaglio.

Se oggi lo smart working è sempre più diffuso a livello internazionale significa che i suoi possibili vantaggi sono numerosi e, soprattutto, superiori ad eventuali rischi; eppure ci sono diverse indagini che paventano ancora la presenza di ombre, debolezze, pericoli da non sottovalutare, pochi sia chiaro, per scongiurare un effetto boomerang che potrebbe gravemente danneggiare le aziende.

Prima di capire cosa preoccupa del lavoro agile è giusto elencare tutti i miglioramenti che questa forma di lavoro porta ogni giorno a dipendenti ed aziende; innanzitutto i primi a sorridere sono i titolari delle imprese che vedono, quotidianamente, un aumento di produttività che si attesta mediamente intorno a un +15%.

Questo è forse uno dei vantaggi principali che le aziende sperano di raggiungere quando decidono di sperimentare lo smart working e i risultati, fortunatamente, danno loro ragione.

Alla produttività si lega inevitabilmente la condizione dei lavoratori ormai liberi dal vincolo di dover necessariamente svolgere le proprie funzioni nella sede aziendale e, quindi, maggiormente soddisfatti (in Italia si contano circa 300.000 smart worker al 2017).

Diminuire il tasso di assenteismo a lavoro

La possibilità di non dover lavorare necessariamente in sede, grazie allo smart working, significa per le aziende eliminare il problema dell’assenteismo, che in Italia, tra l’altro è molto frequente.

Con questa modalità, infatti, i dipendenti possono tranquillamente svolgere le varie funzioni dal proprio appartamento, abbassando la percentuale di presenza in azienda dall’86% al 67%, o da un ambiente, magari nei pressi della propria residenza abitativa, dedicato al co-working, ovvero in strutture attrezzate con scrivanie e computer per chi ha contratti smart e non vuole lavorare in totale solitudine tra le quattro mura di casa.

Generalmente sono gli uomini quelli che preferiscono diventare smart worker (68% del totale) e, ancor più dettagliatamente, residenti al Nord e battono nettamente quelli del Sud e del Centro nel numero di contratti in lavoro agile (52% per i primi, 10% per i secondi e 38% per i terzi). Come età media, dello smart worker, si va intorno ai 40 anni.

In Italia la legge sul lavoro agile entra in vigore solamente otto mesi fa, per la precisione, il 14 giugno 2017, e disciplina questa forma di lavoro in sei articoli (dal 18 al 23); rispetto all’Europa, tuttavia, il bel paese ha ancora un forte ritardo dovuto proprio alla scelta di trattare un argomento, da un punto di vista normativo, solo negli ultimi tempi.

I risultati, però, si possono definire più che soddisfacenti tanto che dal 2015 al 2017 circa il 36% delle grandi aziende italiane ha scelto lo smart working, chi ancora in fase sperimentale e chi coinvolgendo l’intera organizzazione con questa forma lavorativa. Due anni fa, invece, soltanto il 15% prevedeva il lavoro agile e i dati, raddoppiati, dimostrano che i contratti smart funzionano sotto tutti i punti di vista.

Distinzione tra settore pubblico e settore privato

Ovviamente bisogna fare una distinzione tra aziende del settore pubblico e quelle del privato e, tra quest’ultime, un’ulteriore separazione in base alle dimensioni perché sotto questi aspetti i dati sono abbastanza contrastanti; se la PA (Pubblica Amministrazione) si dimostra ancora molto restia verso un’apertura a 360° sullo smart working (soltanto il 5% adotta progetti in lavoro agile) le aziende private risultano invece sempre più predisposte ma, come detto, la grandezza di queste organizzazioni incide non poco.

Le piccole e medie imprese, ad esempio, hanno maggiori difficoltà ad adottare lo smart working (7%) o comunque non ne hanno alcuna intenzione (40%) mentre le grandi aziende stanno adottando il lavoro agile con maggiore assiduità; e marchi internazionali come Findus (in fase di sperimentazione), Ferrero (con oltre 350 smart worker) o Thun (con il 30% dei propri dipendenti in contratti smart) ne sono la prova tangibile.

Ma lo sviluppo non finisce qui perché anche Vodafone e Whirlpool sono in ottica smart, seppur in condizioni diverse; l’azienda di telefonia ha già avviato la sperimentazione e permette ad oltre 3.500 dipendenti di poter lavorare comodamente da casa un giorno la settimana mentre la multinazionale statunitense, specializzata nella produzione di elettrodomestici, ha approvato il progetto per la fase sperimentale dello smart working in questo primo trimestre del 2018, con risultati ancora sotto osservazione.

Secondo alcune analisi emergono ombre sul lavoro agile

Secondo un’analisi condotta dall’Eurofund e dall’Organizzazione mondiale del lavoro nel 2017, però, ci sono punti di debolezza nello smart working e, come esempio, sono stati presi in considerazione gli smart worker giapponesi; questi, infatti, lavorano in modo assiduo e attivo anche sette giorni su sette, con orari settimanali prolungati rispetto alla media mondiale.

Quest’aspetto porta al concetto di “iper-connettività” ovvero l’incapacità dei lavoratori di disconnettersi dal computer per preservare la propria salute fisica.

Con una visione completa si può dire che il lavoro agile sia molto vantaggioso e che, forse, presenta qualche piccola nube all’orizzonte, però se le imprese riusciranno a formare i propri dipendenti e cercheranno di proteggerli dall’eccessiva mole di lavoro, soprattutto nel tempo speso per lo svolgimento delle diverse funzioni aziendali, allora sicuramente lo smart working si dimostrerà come una forma di lavoro soddisfacente, solida e vincente.