Ransomware: virus malevoli che però fanno schizzare il valore dei Bitcoin
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Come viene influenzato il valore delle cripto valute da effetti inaspettati dei virus informatici

Tutti temono di essere vittima di un virus che cripta i dati del proprio computer, tuttavia la loro diffusione ha come effetto collaterale quello di far aumentare il valore dei bitcoin.

Il Cybercrimine influenza la cyber economia

Il mondo del deep web e l’attività degli hacker ha probabilmente scoperto che è in grado di influenzare il valore delle cripto valute, mettendo in pratica tentativi di vere e proprie speculazioni.

Ovviamente il crimine organizzato tradizionale preferisce di gran lunga il contante, tuttavia la controparte informatica ovviamente organizza i propri traffici basandosi principalmente sul bitcoin. Secondo alcuni esperti di cyber security, oltre alle classiche speculazioni ed alle innovazioni della blockchain, un grande ruolo lo rivestirebbero proprio i virus ransomware.

Ransomware e bitcoin

I virus ransomware sono software malevolo (malware) che infettano i computer e criptano i dati ed i programmi degli utenti, rendendoli inaccessibili ai legittimi proprietari, bloccandone di fatto l’utilizzo. Per riottenere l’accesso alle proprie cose, i malcapitati sono costretti a pagare un riscatto (ransom in inglese) in bitcoin. Generalmente, se le vittime sono singoli utenti il danno è lieve e magari si preferisce riformattare il computer, oppure pagare qualche centinaio di euro, ma se ad essere colpiti sono grandi organizzazioni o magari strutture ospedaliere, il danno è estremamente più grave e i costi del riscatto aumentano in proporzione. Ad esempio, nello scorso mese di ottobre, sono caduti vittima di ransomware dieci grandi ospedali americani e australiani. La Coveware, società che fonda il proprio business sul recupero dei dati da computer infettati da ransomware, il 98 per cento delle somme pagate per liberare gli hard disk criptati era in bitcoin.

Perché il bitcoin

Secondo gli analisti esperti di cyber crimine, il bitcoin è prediletto dai malintenzionati principalmente per tre motivi: innanzitutto garantiscono la riservatezza assoluta, in quanto sebbene non siano del tutto anonimi, è estremamente difficile risalire ai destinatari finali delle transazioni; in aggiunta, è estremamente facile procurarseli, anche attraverso veri e propri bancomat o direttamente on-line; infine, gli accrediti sono immediatamente verificabili, così che i malintenzionati possono facilmente verificare il pagamento.

Cosa consiglia la polizia

Le forze dell’ordine sconsigliano di pagare il riscatto, sia nel caso di un attacco ransomware, che in ogni altro tipo di rapimento. Le motivazioni sono le solite, innanzitutto non si è certi che una volta pagato si riabbia effettivamente la “liberazione” dei propri dati. Cedere ai ricatti, inoltre, non fa altro che incentivare i cyber criminali a continuare nei propri attacchi, proprio in virtù della convinzione di restare impuniti e di poter ottenere facili guadagni con pochi rischi.

Le regole del mercato perfetto

Nonostante quanto consigliato, però, il 45 per cento delle vittime decide alla fine di pagare, facendo impennare il valore delle cripto valute e, per effetto di semplici regole di mercato, ne determina l’aumento di valore. Maggiore è la domanda di bitcoin, infatti, più alto sarà il loro valore.

È però opportuno ricordare che il volume di scambi in bitcoin legati ai ransomware è solo una piccola parte di quello globale, in quanto le cripto valute hanno un loro mercato a prescindere le attività criminali.

Tuttavia, secondo Edward Cartwright, docente di economia alla De Montfort University (UK), «È del tutto plausibile – ha spiegato in un’intervento – che un aumento dei prezzi, anche lieve, possa generare una profezia che si autoavvera di prezzi più alti. Questo può accadere in qualsiasi mercato, ma sembra particolarmente probabile in quello dei bitcoin dove la speculazione e la volatilità sono molto più elevate».

Nata a Napoli nel 1993, Federica Amodio è laureata magistrale in Scienze e Tecnologie Genetiche presso il centro di ricerche genetiche BIOGEM 110 con lode. La sua tesi di laurea, verte sui meccanismi di regolazione del gene Zscan4 da parte dell’acido retinoico nelle cellule staminali embrionali murine. L’espressione di questi geni regolano le prime fasi per lo sviluppo degli embrioni. Per lungo tempo ha collaborato con il centro per una pubblicazione scientifica inerente al suo progetto di tesi.