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Costruirsi un inganno per essere consapevoli della realtà

Viviamo, ormai, in una realtà assai strana. E’ sufficiente l’emissione di un “borborigmo” ed esperti, e pseudo esperti, si sperticano per illustrare futuri scenari; anche lautamente ricompensati,  indicano come inginocchiarsi davanti all’altare delle certezze. Non si fa altro che “giocare il gioco”, sacrificando lealtà e chiarezza, in nome di un comportamento convenzionato, solo ed esclusivamente, con un conformismo “provinciale”, basato su pregiudizi e ipocrisie. Su tabù e perbenismo. Da tutto questo, ad appartenere ad un ambito che privilegia il potere decisionale a chi urla di più, il passo è breve ed alla fine, inevitabilmente, si arriva alla contaminazione, senza accorgersi di essere solo apparenza, ma nessuna sostanza. In definitiva, l’apparire, e il non essere, oggi paga e appaga. E si continua a discutere, in ogni ambito, del sesso degli angeli. Evidentemente è così che deve andare.

Neppure le emergenze sociali portano riflessione; si deve sempre stigmatizzare qualunquismo spicciolo e censurare deprecabili, insensate, allusioni. Precisare  che un determinato tema in argomento non ha colore politico e neppure limiti territoriali; non racchiude etnie e non distingue religioni di appartenenza; non delimita confini linguistici e neppure demarca appartenenze di convenienza; non raccoglie strumentalizzazioni, impoverendone le utili sinergie in itinere e rifiuta diatribe mirate a egemonizzare solo l’arido terreno della pochezza.

Non sarà, ma certo che se dovesse essere ci sarà un “vernissage” di prodotti ormai scaduti:  sincerità, coerenza, competenza e lealtà. Non sarà, ma certo che se fosse ci sarà un improvviso ritorno di fotografie, ormai archiviate e ripudiate. Non sarà, ma certo che se si verificasse ci saranno “retromarce”, dal sapore imbarazzante. Non sarà, ma certo che se dovesse accadere … non sarà, ma se poi avverrà forse avrà riscontro un “Tale” quando diceva che “a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”

E’ evidente che si tenta di conquistare la fiducia procedendo con gradualità, stringendo le ganasce delle limitazioni a piccoli passi; è necessario, tuttavia, non dare mai l’impressione di soffocare la democrazia con crescente forza. Un’emergenza sanitaria senza precedenti; dovremo considerare, finalmente, normale ciò che avremmo reputato inaccettabile ieri. E’ faticoso per tutti “prendere posizione”, ma adesso è così. Ci saranno tempi e modi per le valutazioni.

Per dirla, con “pirandelliano” piglio, non è facile essere eroi, anzi non è facile essere galantuomini, in quanto eroi si può essere in determinate occasioni, ma galantuomini si deve essere sempre.

L’eterno, inevitabile, vulnus di sempre: la differenza tra sostanza e fenomeni inespressivi.

Nulla e nessuno sembra potersi sottrarre; dall’evidenza quotidiana, all’accettazione della realtà; dalla comprensione verso il prossimo, all’egoismo nelle scelte; dal clamore degli annunci, alla effettiva efficienza delle posizioni da assumere.

E’ molto più semplice nascondersi nella maggioranza, optando – a seconda delle opportunità – di schierarsi dalla parte del più forte evitando così, a se stessi, la fatica di elaborare e di proporre.

E chi non sta dalla parte giusta? Deve, per forza di cose, contare su coloro che servono gli altri; deve sperare che chi bada agli “ultimi” ed ai bisognosi si accorga che esistono concretezze, assai coinvolte nelle limitazioni.

Sarà, forse, un punto di vista generazionale.

Generazione complessa, la mia; quasi costretta ad assecondare i propri padri ed ora ad annuire ai propri figli; generazione troppo garbata che non ha saputo gestirsi meriti e obiettivi e che, adesso, osserva, perplessa, ad una rappresentazione “immaginaria”, connotata da attori che qua e là sembrano usciti da una favola dei Fratelli Grimm; il simpatico pifferaio – di turno a seconda delle necessità – che ammalia una Comunità allo stremo. Salvifici rimedi senza considerare i possibili, nefasti, risultati; il lampo di genio di un piano “assistenzialista” senza considerarne la stretta connessione con le esigenze che saranno, inevitabilmente, ben diverse; una generazione additata per l’educazione ed il rispetto per “chi ne sapeva di più” a dispetto di virgulti “rottamatori”, oggi particolarmente in voga, ma con esperienze e cognizioni non propriamente da premi Nobel.

Tutti, però, pronti a sciorinare assurdità su un Popolo di cui, l’idiota di turno, neppure conosce la storia; programmi televisivi che ci mostrano con quanta superficialità, e assoluta normalità, l’imberbe ambizioso, “sposta”  Crotone in Veneto e Aversa in Piemonte; seriosi e impegnati “mezzi busti” imperversano, con disarmante serietà, con argomentazioni afferenti a circa cinquanta persone – in mutande lunghe oltre il ginocchio – straviziate e ricchissime, che si contendono il primato di una improbabile celebrità, da consegnare agli studiosi di moviole e ripartenze.

E noi, qui a guardare sempre il punto che ci indica un indice; non abbiamo neppure più la capacità di distinguere a chi appartiene la punta di quel dito.

Certamente, oggi, quella punta dovrebbe indicare eroi ben diversamente famosi e remunerati, rispetto a quelli citati.

La realtà della mia generazione

Poi, d’improvviso, mi trovo a riflettere sull’entità della mia generazione; certamente troppo vicina ad un dopoguerra ancora imperante e assai lontana da un progresso, ormai sconfinato. Tuttavia, e non mi dispiace, una generazione che non sembra aver mai “consegnato” il cervello al frullatore dell’ammasso.

Una generazione che ha letto e vissuto il “FATE PRESTO”, de Il Mattino, a seguito del sisma del 23 novembre 1980; una generazione che ha retto – seppure ancora in età giovanile – al colera a Napoli nell’agosto del 1973; una generazione – in qualche modo – coinvolta nel 1968, ai tempi della facile obiezione dei nostri “anziani”: “La maturità liceale ai miei tempi, dovevamo portare tutte le materie”. E noi, pivelli giunti all’ultimo anno liceale, a spiegare come le stranezze fossero del loro punto di vista; se abbiamo superato – anno dopo anno – le varie tappe scolastiche dell’istruzione liceale, adesso perché “volete” mettere in dubbio le cognizioni  già  riconosciuteci – viste le promozioni acquisite – alla fine di ciascun anno? Eppure, a distanza di tempo, avremmo avuto ragione noi.

Una generazione che ancora utilizzava giacca e cravatta per gli esami; una generazione che ha letto articoli di Pacileo, Brera e che ha “assistito” al licenziamento in tronco di Ghirelli, capo ufficio stampa e portavoce di Pertini, Presidente della Repubblica dell’epoca.

Una generazione che ha vissuto dal vivo – il 20 luglio 1969 –  il primo allunaggio di un essere umano.  Neil Armstrong, comandante della missione Apollo 11, con Buzz Aldrin, mentre Michael Collins, rimasto in orbita, ne controllava l’evoluzione dal modulo di comando.

Una generazione che ha vissuto e provato i mitici “anni ‘70”; i duetti Mina-Battisti; i politici dell’epoca, “offesi” se un certo Alighiero Noschese non li imitava; il Teatro di Eduardo e i funerali del Principe De Curtis.

Una generazione che ha udito il primo  vagito dell’Unione Europea, a seguito delle prime elezioni del giugno 1979.

Una generazione che ha esultato per la Coppa Davis – nel dicembre 1976 – vinta dall’Italia; tennisti del calibro di Panatta, Bertolucci e Barazzutti, con il capitano non giocatore Nicola Pietrangeli, issano, in terra cilena, la bandiera Italiana sul podio più alto della Competizione sportiva.

Una generazione che ha provato le emozioni dell’Italia calcistica Campione d’Europa nel 1968; Campione del Mondo nel 1982 e nel 2006; finalista – sconfitta dal Brasile – a Messico 1970 dopo un memorabile 4-3 ai teutonici; prima vittoria nella terra d’Albione il 14 novembre 1973, 0-1 con gol di Fabio Capello a quattro minuti dal termine; i successi nel ciclismo di Gimondi e Adorni; le affermazioni nel motociclismo di Giacomo Agostini, “Ago” – oggi settantasette anni – vincitore di ben 15 titoli mondiali e 162 podi, è ancora oggi il più titolato pilota motociclista nella storia del motomondiale.

Una generazione che ha ammirato Mazzola e Rivera; Sarti, Cudicini, Zoff e Albertosi; Scirea, Picchi e Cera; “Tatonno” Juliano, “Tarciroccia” Burgnich e Facchetti. E chi più ne ha più ne metta.

Una generazione che ha ammirato Meneghin e Gavagnin, l’Ignis Varese e l’Ignis Sud; la Coppa delle Coppe, vinta  dalla Fides Partenope nel 1970.

Una generazione che ha gioito – anche per campanilismo – alle superlative gesta dei fratelli Abbagnale e di Peppiniello Di Capua, raccontate da “bisteccone” Galeazzi, con coinvolgimento ed emozione; la generazione del doppio scudetto napoletano, di Maradona, della Coppa Uefa, del trio “MAGICA”.

E sono “restato” in ambito nazionale, pur consapevole dell’esistenza di Sivori, Altafini, Pelè, Merckx, “Harlem Globetrotters”, Fittipaldi, Villeneuve, Lauda, Nastase, Laver, Connors. Ed altri.

Ma, purtroppo anche la generazione della morte di Aldo Moro e dello sterminio della sua scorta, dei disastri ambientali di Seveso e di Cernobil; del periodo della strategia della tensione, della strage di Brescia, del compromesso storico, delle domeniche dell’austerity (le prime senza auto del 1973); la generazione dei “due papi in un mese” e  quella che ha ascoltato Papa Giovanni XXIII. Insomma, alla luce di quanto emerge attualmente, una generazione che, forse, non è ancora da rottamare.

E non è tutto, ma, come sempre, adesso auguri a noi.