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Accordi e disaccordi

Un provvedimento, che definisce la fase di riapertura, abbastanza condiviso, ma con una defezione all’accordo di diciotto regioni e due province autonome; o tutte hanno compreso e una no; viceversa una sola ha compreso e le altre meno.
In effetti, tuttavia, nessuna firma era prevista alla quadra raggiunta.

In fondo, nessuno doveva firmare nulla e neppure ad alcuno è stata chiesta la firma.
Si è trattato di un piano specifico non condiviso da una Regione.
Spazi tra i tavoli, mei ristoranti, distanziati da un dettame scientifico, ma “sistemati” dall’intervento politico; insomma la settimana in corso è assai difficile.
Doveroso ripartire, altrettanto imperativo monitorare il contagio.

L’auspicio, intanto, è che la conferenza Stato – Regioni, in programma per giovedì prossimo,  possa sancire, finalmente, uno snellimento di procedure amministrative.

Voci discordanti

“Tamponi e test: non è arrivato nulla da Roma e mancano anche i reagenti”, tuona  il Presidente della Regione più colpita dalla pandemia; contraddizioni insanabili su fatti e cose.
La vociferazione è un elemento di contagio – ci fanno sapere dalla sponda scientifica – è stato sufficiente chiedere “Mi passi il sale”, in un colloquio a due, durante il pranzo per trasmettere il virus.

Stiamo entrando nella “Fase 2” con cautela, ma con ottimismo, ci si incoraggia.
L’avvento della bella stagione potrebbe essere una buon panacea; spazi esterni, umidità e luce,  formidabili deterrenti per la proliferazione del virus.

Il turismo langue, anzi è assolutamente all’agonia; gli operatori denunciano scarsissima attenzione al settore. In altri paese Europei, affermano gli interessati, si stanno organizzando con sinergie reciproche, mentre l’Italia sembra avulsa dal contesto.

Chi potrà permettersi le vacanze, valuterà di non muoversi dal Paese e questo sarà un bene, ma non basterà a risollevare le sorti segnate.

Speranze, ma ineluttabili apprensioni

In tanti hanno deciso di non riaprire; solo nella Capitale oltre duemila attività non hanno ricominciato. Molte saracinesche sono restate abbassate, in un momento in cui la maggior parte degli affari era demandata al turismo. Riaprire con i costi a cento e i ricavi a trenta, non sembra una strada percorribile

In molti, tra l’altro, alla riapertura hanno trovato bollette da pagare e scadenze da sanare; qualcuno anche un’ingiunzione di sfratto. Difficoltà infinite e aiuti ancora latitanti. Chi può riapre con mezzi propri, con sussidi di famiglia, con sforzi di amici e, perfino, clienti.
Dalla responsabilità centrale arrivano segnali di “scaricabarile”; si demandano agli “Enti di prossimità” (Regioni e Comuni in politichese) le applicazioni di normative locali.

Un decreto “Rilancio” che, per adesso, suscita una miscela di rabbia, paura e speranza; con quest’ultima assai deteriorata.
Questioni complicatissime, si vorrebbe ripartire, ma ci sarebbe necessità di defiscalizzazioni immediate, per le assunzioni stagionali e un costruttivo confronto, per ambire ad un futuro meno fosco.

Inconfutabile il fatto che le decisioni sulle riaperture, non hanno trovato l’avallo scientifico e, altrettanto indiscutibile, la realtà della contrapposizione di due mondi; quello dello snellimento di iter complessi e quello della burocrazia imperante. Però, forse, l’intero sistema già non era adeguato, da prima della tempesta.

Come sempre, auguri a noi.

 

Raimondo Miele