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Due prestigiose università hanno istituito dei veri e proprio corsi per androidi dove si impara ad avere un comportamento rispettoso

I robot sono da sempre croce e delizia del genere umano. Se da una parte si cerca di renderli sempre più evoluti per rimpiazzare l’uomo, dall’altra si teme che un giorno la razza robotica possa addirittura prendere il sopravvento sul genere umano.

La parola “robot” appare per la prima volta nel 1831 (deriva dal ceco “robota”) ma è nel ‘900 che le arti letterarie e cinematografiche si sono sbizzarrite a rendere queste creazioni meccaniche protagonisti assoluti delle loro opere. Basti citare gli scritti di Isaac Asimov, i film di grande successo come Metropolis (del 1927) e le saghe di Guerre Stellari e Terminator.

Ma quando la fantascienza diventa realtà? Quando si comincia a scindere le due parole: robot e automa? Per robot si intende tutto ciò che, guidato da un intelligenza artificiale, può effettuare operazioni al posto dell’uomo.

Anche un semplice personal computer è di fatto un robot e meno poeticamente persino una calcolatrice per quanto sia un oggetto antropomorfo per definizione può rientrare nella categoria robotica. Ma quando spunta fuori la parola robot, grazie forse anche alle opere di fantascienza su citate, il pensiero collettivo vola direttamente agli automi. La parola in sé descrive una macchina che riproduce i movimenti (e talvolta anche l’aspetto) dell’uomo e degli animali e deriva dal latino “automătus” e dal greco “autómatos”, cioè “che si muove da sé”.

Il primo progetto di un robot umanoide lo ritroviamo già nel 1495 tra i progetti incompiuti di Leonardo Da Vinci ma per arrivare al primo umanoide, realizzato praticamente, dobbiamo andare al 1738 dove Jacques de Vaucanson riuscì a costruire un androide che suonava il flauto. Da allora la robotica ha fatto passi da gigante e nel secolo scorso i nipponici sono diventati i più avanguardistici per quanto riguarda automi. Da diversi decenni ormai si cerca di perfezionare sempre più delle macchine autoreplicanti.

Innanzitutto negli anni si è andato a curare l’aspetto ed oggi è quasi impossibile a primo acchito differenziare un umano da un’androide. Oggi gli androidi sono per lo più ancora sfoggio di elevata tecnologia a convegni e fiere e quindi non ancora utilizzati su scala mondiale, anche se non mancano alcuni casi dove degli androidi sono stati impiegati in operazioni chirurgiche dall’invasività minima.

Sta di fatto che gli androidi di ultima generazione presentati all’Expo 2017 in Kazakistan, attraverso dei complicatissimi algoritmi, sono in grado di comunicare sia con l’uomo che con altri androidi, manifestare emozioni e in alcuni casi persino piangere. Intanto negli ultimi tempi si stanno effettuando degli studi nelle più importanti università di nanotecnologia per rendere gli androidi sempre più simili agli umani non solo nell’aspetto ma anche nei comportamenti. In Argentina, ad esempio, nella prestigiosa Università San Juan di Buenos Aires si stanno effettuando delle vere e proprie lezioni di bon ton.

In particolare si cerca di “insegnare” alle intelligenze artificiali a non invadere lo spazio degli interlocutori umani. Il ricercatore responsabile della ricerca è Daniel Herrera che spiega: <<Gli umani rispettano le zone sociali quando interagiscono fra loro: allo stesso modo anche un robot che segue un umano, come parte di una formazione, deve rispettare le zone sociali per migliorare la sua accettazione>>.

Di questo passo nascerà un galateo anche per gli androidi che nulla avrà di invidiare a quello classico di monsignor Della Casa. Ma non solo Buenos Aires, altre ricerche simili si stanno effettuando in altrettanti prestigiosi atenei come quello la Kettering University in Michigan, negli Stati Uniti d’America dove si lavora per affinare e perfezionare le interazione fisiche tra umani e robot.

L’approccio è più pragmatico ma di grande suggestione. In ogni parte del mondo ormai si svolgono studi e ricerche sugli automi per cercare di attenuare il forte impatto sociale che si potrebbe avere qualora nel futuro queste macchine entreranno a far parte della nostra vita quotidiana, ma in particolare gli studi argentini e statunitensi hanno avuto una grande rilevanza nella comunità scientifiche e a loro sono stati dedicati ampio spazio con due lunghi e distinti articoli sulla più importante rivista del settore  IEEE/CAA Journal of Automatica Sinica, pubblicata dalla più importante organizzazione al mondo di ingegneria elettrica ed elettronica (IEEE) e dall’Associazione cinese per l’automazione.

Stefano Popolo