Rosario Livatino, il Giudice Ragazzino
Rosario Livatino, il Giudice Ragazzino
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Era il 21 settembre del 1990, quando lungo la strada statale 640 che collega le città di Caltanissetta ed Agrigento, a soli 38 anni veniva ucciso dalla mafia, Rosario Livatino: il Giudice Ragazzino

Come ogni mattina e da solo, perché aveva rifiutato la scorta, Rosario Livatino stava per recarsi presso il Tribunale di Agrigento, dove era Sostituto Procuratore.

Lungo la SS 640, la sua auto, una Ford Fiesta fu speronata da una moto. Avendo compreso ciò che stava accadendo, Rosario Livatino abbandonò la sua vettura e tentò di scappare nelle campagne limitrofe. Colpito alla spalla, il suo tentativo di fuga risultò vano e fu ucciso con un colpo di pistola sul viso.

Chi era Rosario Livatino?

Il giudice Livatino, nacque a Canicattì, provincia di Agrigento, il 3 ottobre del 1952.

Conseguita la maturità classica, si trasferì a Palermo dove si iscrisse alla facoltà di legge, laureandosi nel 1975.

A cavallo degli anni 1977-1978 fu vice-direttore dell’Ufficio del Registro di Agrigento.

Nel 1978 entrò in magistratura presso il Tribunale di Caltanissetta, vincendo il concorso come uditore giudiziario.

Durante la sua attività, come Sostituto Procuratore, si occupò della guerra di mafia tra le cosche di Palma di Montechiaro, della tangentopoli siciliana e delle losche relazioni tra mafia ed affari.

La mattina del 21 settembre del 1990, fu assassinato da quattro sicari affiliati alla Stidda, l’organizzazione criminale che opera nelle province siciliane di Agrigento, Caltanissetta, Enna, Catania e Ragusa e che secondo gli inquirenti in quel periodo si contrapponeva a Cosa Nostra.

Paolo Amico, Domenico Pace, Giovanni Avarello e Gaetano Puzzangaro, furono gli esecutori del delitto. Essi sono stati condannati alla pena dell’ergastolo insieme ai mandanti dell’uccisione di Livatino, Antonio Gallea e Salvatore Calafato.

I sicari sono stati assicurati alla giustizia, grazie alla testimonianza di Pietro Ivano Nava.

Il Nava, all’epoca svolgeva l’attività di agente di commercio ed ha pagato per il suo coraggio, perdendo il lavoro ed i propri affetti.

Nel corso degli anni, ha dovuto cambiare spesso la propria residenza ed è stato costretto per motivi di sicurezza a trasferirsi fuori dai confini nazionali.

Perché Rosario Livatino era definito “Il Giudice Ragazzino”?

L’appellativo di “Giudice Ragazzino” a Rosario Livatino, gli fu attribuito dal professore Nando dalla Chiesa, figlio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, assassinato da Cosa Nostra, insieme alla moglie la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo a Palermo, il 3 settembre del 1982.

Egli scrisse un libro, che fu pubblicato nel 1992, avente come titolo: “Il giudice ragazzino. Storia di Rosario Livatino assassinato dalla mafia sotto il regime della corruzione”.

Il sociologo intitolò così il suo lavoro, in aperta polemica con le dichiarazioni dell’allora Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, che definì “giudici ragazzini” alcuni magistrati impegnati nella lotta alla mafia.

Dodici anni dopo l’omicidio di Livatino, il Senatore a vita scrisse una lettera ai genitori del compianto giudice, che venne poi pubblicata sul quotidiano “Il Giornale di Sicilia”.

In questa missiva, egli scrisse che quelle dichiarazioni non erano rivolte nei confronti del loro figlio, che invece considerava un eroe ed un santo.

Il ruolo del magistrato per Rosario Livatino

Rosario Livatino è stato uno dei protagonisti della lotta alla criminalità organizzata.

Per lui la figura del magistrato, in quanto impegnato per l’affermazione della legalità, doveva rispondere a delle regole ben precise.

“L’indipendenza del giudice, infatti, non è solo nella propria coscienza, nella incessante libertà morale, nella fedeltà ai principi, nella sua capacità di sacrificio, nella sua conoscenza tecnica, nella sua esperienza, nella chiarezza e linearità delle sue decisioni, ma anche nella sua moralità, nella trasparenza della sua condotta anche fuori delle mura del suo ufficio, nella normalità delle sue relazioni e delle sue manifestazioni nella vita sociale, nella scelta delle sue amicizie, nella sua indisponibilità ad iniziative e ad affari, tuttoché consentiti ma rischiosi, nella rinunzia ad ogni desiderio di incarichi e prebende, specie in settori che, per loro natura o per le implicazioni che comportano, possono produrre il germe della contaminazione ed il pericolo della interferenza; l’indipendenza del giudice è infine nella sua credibilità, che riesce a conquistare nel travaglio delle sue decisioni ed in ogni momento della sua attività”.

Il processo di beatificazione di Rosario Livatino

Giovanni Paolo II, definì Rosario Livatino: “martire della giustizia e indirettamente della fede”.

Nel 1993, il Vescovo di Agrigento, Carmelo Ferraro diede ad Ida Abate, insegnante del giudice, l’incarico di procedere alla raccolta delle testimonianze per la sua beatificazione.

Il decreto per l’avvio del processo di beatificazione fu aperto il 21 settembre del 2011.

Il 3 ottobre dello scorso anno, con una messa presso la Chiesa di Sant’Alfonso ad Agrigento, si è chiusa la fase diocesana per la beatificazione del giudice.

Al termine della celebrazione religiosa, la documentazione composta da quasi 4mila pagine è stata inviata a Roma, per essere esaminata dalla Congregazione della Causa dei Santi.