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San Ilario nacque a Poitiers all’inizio del IV secolo da una delle più illustri famiglie di Francia

Si fece battezzare insieme a tutta la sua famiglia ed fu ordinato sacerdote. Modellò la sua vita secondo le massime del Vangelo, ed era così zelante nello spingere anche gli altri alla pratica delle virtù, che si sarebbe detto un sacerdote.

Il popolo di Poitiers tanto lo ammirava, che unanimemente lo elesse proprio Vescovo, nonostante tutte le sue rimostranze. Dopo la elezione, egli non si considerò più che come uomo di Dio, e predicava con zelo instancabile, muovendo i peccatori alla conversione.

Era pieno di riverenza per la verità, ed era pronto a tutto quando si trattava di prenderne la difesa. Avendo l’imperatore Costanzo radunato a Milano un concilio per la condanna di Sant’Atanasio, Ilario gli scrisse un libro in cui cercò di convincerlo a lasciar liberi i Cattolici di esercitare la religione cristiana coi loro vescovi, e per far meglio conoscere l’orrore in cui egli aveva l’eresia, si separò dalla comunione dei vescovi occidentali che avevano abbracciato l’Arianesimo.

Costanzo lo fece esiliare in Frigia, ma i suoi fedeli non si staccarono da lui, ed egli continuò a governarli per mezzo dei sacerdoti. Nell’esilio il santo Vescovo non si lamentò mai dei nemici, anzi impiegò il tempo a scrivere varie opere dotte, tra le quali il Trattato della Trinità, in cui difende la consustanzialità del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo così bene da essere chiamato il Dottore della Trinità.

Negli scritti che ci ha lasciati, vi si trova uno stile nobile, fiorito, sublime, ma più che tutto, un vero spirito di pietà; egli non ebbe altro fine che di far conoscere il nome santo di Dio, ed infuocare i cuori della sacra fiamma del suo amore.

Gli anni che precederono la sua morte, li trascorse in pace col suo clero. Da questa comunità si sviluppano le prime forme di vita conventuale della Gallia, l’odierna Francia. Morì il 13 gennaio 367.

 

 

A Napoli si dice: “A furtuna è comm’ ‘o capitone, chiù penzammo d’ ‘a putè afferrà e cchiù ‘nce sciulia”.
La fortuna è come l’anguilla, quando crediamo di averla presa, ci sfugge dalle mani (Non va rincorsa ma attesa).

 

 

Riflessione del giorno:

La nostra fortuna è come l’acqua nella rete: tiri la rete e la senti gonfia, e quando l’hai issata a terra non c’è niente.
(Lev Tolstoj).

Casimiro Todicchio