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San Corrado Confalonieri fu un penitente, terziario francescano e pellegrino, condusse una vita da eremita

San Corrado nacque a Calendasco nel 1290. Discendeva dalla nobile casata dei Confalonieri che, oltre ad abitare a Piacenza, avevano vasti feudi assegnati loro quale privilegio, per essere una famiglia guelfa fedele alla Chiesa.

Era amante dei tornei e delle armi, un soldato di ventura che tra una battaglia e l’altra andava a caccia di lepri e cinghiali fra i boschi provincia piacentina.

Per stanare le prede un giorno non esitò ad appiccare il fuoco a un intero bosco, incenerendo i raccolti nei campi limitrofi. Il governatore di Piacenza condannò a morte il primo malcapitato trovato nei paraggi del bosco.

Fu allora che Corrado mostrò il suo lato migliore e cambiò vita. Non esitò ad interrompere il corteo punitivo e a chiedere udienza al Signore di Piacenza, al quale dichiarò la propria colpevolezza, subendo la pesantissima pena della confisca di tutti i terreni per risarcire il danno fatto. in quanto nobile, evitò le punizioni corporali.

Questo evento segnò profondamente la vita di Corrado, che negli anni successivi si avvicinò sempre più alla fede: vestì infatti l’abito penitenziale francescano ritirandosi nell’eremo nei pressi di Calendasco guidato da frate Aristide.

Fu così che Corrado, in accordo con la moglie Giovannina, decisero entrambi di votarsi alla religione: lui francescano terziario, lei clarissa. Nel progredire nel suo stato religioso ebbe modo di riflettere sulla sua scelta fino a prendere la decisione di lasciare Piacenza e tutte le cose materiali per dedicarsi alla propria anima e alle cose eterne, così che, intorno al 1315, lasciò la città.

Col bastone del pellegrino si mise in cammino e, di santuario in santuario, arrivò ad affacciarsi sullo stretto di Messina. A Noto, nei pressi di Avola, trovò dimora stabile in una cella accanto alla chiesa di San Michele.

La solitudine durò poco, perché la fama della sua santità attirava alla sua cella i primi devoti. Così andò a rifugiarsi nella grotta dei Pizzoni, fuori città, dove morì il 19 febbraio 1354 con al suo fianco il confessore.

Il racconto narra di un trapasso avvenuto in ginocchio e in preghiera con gli occhi al cielo, posizione mantenuta anche dopo il trapasso, mentre una luce avvolgeva la Grotta dei Pizzoni.

Venne seppellito nella Chiesa di San Nicolò a Noto, secondo le sue volontà. In seguito il corpo venne traslato nella Cattedrale di Noto dove è venerato da parecchi secoli.

 

 

 

A Napoli si dice: “Dàtte da fà: ca ‘a jurnata è ‘nu muòrze!”.
Datti da fare: la giornata passa in un baleno.

 

 

 

Riflessione del giorno:

Chi ha molto da fare non ha tempo di abbandonarsi alla dissolutezza. Senza dubbio il lavoro cancella i vizi generati dall’ozio.
(Seneca)

 

 

Casimiro Todicchio