adv

Danni irreversibili con situazioni equivoche

Ci apprestiamo ad affrontare la “Fase 2” e il preludio non è affatto incoraggiante.
Il caos, tra le Istituzioni, ha preso il sopravvento sull’armistizio del periodo di piena emergenza; il fuoco, sotto cenere, è stato sempre in agguato. I piani asimmetrici, così come programmati in Spagna, non sembrano essere condivisi; il mantra è rimasto lo stesso: “chiudere tutto” e “riaprire tutto”.

In nome di una crisi, per certi versi inarrestabile, si chiede un ripresa più spedita; le grandi strutture ci hanno pensato in tempo, ne avevano fondamenta e capacità per cui organizzare la riapertura, con ogni idonea e adeguata struttura cautelativa, non è stato un fatto impossibile.
Dalla parte opposta, ed è inequivocabile, un tessuto economico – quello delle medie piccole imprese – senza una prospettiva su basi solide.

Si passa da annunci, non seguiti da accadimenti, a disquisizioni tra congiunti e amicizie stabili. Dalla parte della didattica, inoltre, non sembrano ci siano eccessive certezze; tra la fine dell’estate e una recrudescenza dei contagi, il discorso è appeso ai se ed ai ma.
La verità, inconfutabile, è che non si può scherzare con questi temi. La frustrazione, in tanti settori economici, regna sovrana.

Re Travicello

Nella diversificazione di inquietudini, non si riesce a comprendere come si possa proseguire. Un decreto di aprile che slitta a maggio; la cassa integrazione che ancora non ristora la minima esigenza di famiglie senza reddito; i rapporti tra banche e imprese assai complessi.
E come se tutto ciò non bastasse, uno snellimento di regole, interpretato a livello regionale in maniera diversa da quella intesa dall’Istituzione Centrale.

Ascoltando gli interventi del Presidente del Consiglio mi è tornato alla mente Re Travicello; in una favola di Fedro le rane, in numero assai cospicuo, di uno stagno chiesero aiuto a Zeus, affinché provvedesse a inviare  qualcuno che mettesse ordine e regole nella  palude. Gli abitanti reputavano che ci fosse troppa anarchia e, dunque,  necessario un rimedio.

Zeus lanciò un pezzo di legno, il rumore del tonfo fu eclatante e, proprio a causa del gran trambusto, tutte le rane si dileguarono raggiungendo il fondo. La superficie dello stagno fu pervasa da una straordinaria calma. L’oggetto “buttato” galleggiava e le rane, piano piano, iniziarono a voler avere contezza di cosa si trattasse; con circospezione ne saggiarono la possibile ostilità, non ci volle molto a capire: si trovavano al cospetto di un pezzo di legno galleggiante.

Iniziarono così a mettere da parte il timore e a saltellare sull’oggetto; lo sballottavano da una parte e dall’altra. Per analogia era come se schernissero il re. Ritornò il disordine e la babilonia e le rane reiterarono la richiesta: questa volta però che fosse inviato un re di spessore. Dovendo trovare una soluzione, Zeus lanciò una serpe. Le rane iniziarono ad essere divorate, le poche ancora in salvo supplicavano di essere risparmiate. Zeus, inflessibile, rispose: ”Poiché un buon re non vi piacque, tenetevene uno malvagio”.

Proviamo a cambiare lo scenario, adeguandolo allo stato dell’arte. Istituzioni indisciplinate, scontente di “populismo paternalista”, non si calmano; le responsabilità dell’attuale “re” non sembrano riscontrare effetti positivi. Potrebbe accadere che  dal Colle più importante, dei sette di Roma, si stia valutando un altro “re”?

Le rane, dei nostri tempi, sono davvero assai indisciplinate. Il tempo scorre veloce, ‘a cera se jetta e ‘a prucessione nun cammina.