Sergio_Bruni_72 (Fonte Wikipedia)
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Nel giorno del diciassettesimo anniversario della scomparsa del più grande interprete della Canzone Napoletana, vogliamo ricordare Sergio Bruni attraverso la delineazione di un momento precipuo della sua carriera e della stessa Canzone Napoletana, tout court

Il dibattito sulla continuazione della canzone napoletana d’arte è ancora oggi al  centro delle controversie musicali e culturali che riguardano la nostra città.
Da più parti, la presunta idea che essa non abbia alcun richiamo discografico spesso si traduce nella qualunquistica concezione del suo fantomatico anacronismo.

Premesso che l’Arte è lontana dall’essere assoggettata alle “mode” di qualsiasi epoca, una scarsa conoscenza del fenomeno in questione ha sempre indotto a considerare la nostra canzone come qualcosa di secondo piano, di localistico, indipendente rispetto alla musica “colta”.

La musica napoletana negli anni Settanta

Una simile posizione culturale ha portato una parte della intellighenzia partenopea a considerare la canzone napoletana morta e sepolta già a partire dagli anni settanta, nonostante la nascita della Nuova Compagnia di Canto Popolare o dei Napoli centrale, l’esordio di Pino Daniele, che davano nuova linfa al patrimonio musicale esistente.

Ma proprio negli anni settanta, la nostra canzone comincia ad inquinarsi con l’estremismo del genere di mala e gli antesignani dell’odierno neomelodismo iniziano la loro ascesa, invadendo il mercato musicale e, successivamente, quello cinematografico.

A dispetto di tutto questo, c’è un artista che, abbandonata definitivamente l’esperienza festivaliera, incentra lo sviluppo della sua carriera sul discorso di salvaguardia e continuazione della nostra canzone, attraverso un fil rouge che parte dalle villanelle cinquecentesche e arrivava all’epoca contemporanea: Sergio Bruni.

L’incontro tra Sergio Bruni il poeta Salvatore Palomba

È il 1976 e sulle pagine di un noto quotidiano locale, un giornalista scrive che la canzone napoletana è morta e che ormai bisogna «buttare tutto a mare».

Bruni, quale «Voce di Napoli», è invitato a rispondere, ma preferisce replicare allo sproloquio in musica:

legge un libro di poesie contemporanee scritte da Salvatore Palomba, Parole overe e da grande “musicista non trascrittore” comincia a musicarne alcune.

Nasce così lo storico album Levate ’a maschera Pulicenella, che include Masaniello, Notte napulitana, Napule nun t’ ’o scurdà e su tutte Carmela, che racconta di una città che è «rosa, preta e stella e che chiagne sulo si nisciuno vede e strilla sulo si nisciuno sente».

Sono gli anni del contrabbando di sigarette, dello sbandierato colera napoletano (che rientra nel giro di soli quindici giorni), del lenocinio minorile e la sensibilità artistica del binomio Palomba/Bruni riesce sia a tradurre in poesia temi di scottante attualità, sia ad inaugurare un nuovo filone di denuncia sociale, politica, della canzone napoletana, depauperandola del folklore e dell’estremismo di certe atmosfere “oleografiche” che ne avevano arrestato il processo evolutivo.

Ferdinando Guarino