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Silvia Romano, la conversione e l’Italia che torna a dividersi

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Silvia Romano e l’Italia che torna a dividersi

Il ritorno di Silvia Romano in Italia ha dato il via al proliferare delle polemiche, tra costo del riscatto e conversione all’islam

 

Si diceva che la quarantena avrebbe reso l’Italia un Paese migliore e che, in qualche modo, gli italiani sarebbero usciti più forti e più uniti dal periodo drammatico che stiamo attraversando da ormai quasi tre mesi.

Ipotesi prevedibilmente smentita alla prima occasione buona offertaci dalla liberazione di Silvia Romano, la ragazza rapita nel novembre del 2018 in Kenya durante lo svolgimento delle sue attività da volontaria.

Le polemiche sterili, il riscatto, la conversione

 

Silvia, liberata in Somalia dopo due anni di prigionia, non è infatti tornata a casa come molti italiani si aspettavano, maledicendo i suoi rapitori, sventolando fieramente un rosario o affidandosi al cuore immacolato di Maria. La ragazza si è presentata all’aeroporto di Ciampino indossando abiti tipici delle donne del luogo, dichiarandosi convertita all’islam e annunciando già di voler tornare in Kenya appena le sarà possibile.

Quali siano i motivi di questo comportamento inaspettato (sindrome di Stoccolma?  Lavaggio del cervello? Plausibile, com’è plausibile che una persona che vive un momento difficile trovi semplicemente conforto nella fede, non per forza il cattolicesimo) e quale sia effettivamente il suo rapporto con i rapitori sono cose che verranno sicuramente approfondite da chi di dovere, ma l’italiano da social network ha come al solito fretta di puntare il dito.

E allora, nel giro di pochi minuti, Silvia (o Aisha, come dovremo abituarci a chiamarla) diventa un’ingrata, una traditrice, una che vuole tornare nel luogo del rapimento nonostante per lei siano probabilmente stati spesi soldi dei contribuenti, per qualcuno addirittura una collaboratrice dei terroristi: fanghiglia torbida di cattiverie un tanto al chilo nella quale rimestano, come al solito, certe testate giornalistiche che altro non aspettano che far leva sugli istinti peggiori dei lettori, infoiandoli in nome di un presunto orgoglio italiano ferito in non si sa che modo.

Ed eccoci qui, dunque, al solito risultato: similmente a quanto accadde con Liliana Segre anche Silvia avrà probabilmente bisogno di una scorta, figlia di una violenza verbale che speravamo il coronavirus potesse attutire, ma che si è ripresentata forte come sempre alla prima occasione valida. L’ennesima vergogna tutta italiana.

Silvia Romano, l’altro lato della medaglia

 

Vanno ovviamente fatte alcune precisazioni: sulla vicenda della liberazione bisognerà naturalmente vederci chiaro, soprattutto relativamente al ruolo giocato dalla Turchia del decisamente poco presentabile Erdogan.

Al tempo stesso certa politica italiana, da sinistra in particolar modo, dovrà riuscire a non cedere alla tentazione di fare di Silvia un’eroina che probabilmente neanche aspira ad essere: parliamo di nient’altro che di una ragazza che ha vissuto un’esperienza a dir poco traumatica, meritevole soltanto di un periodo di assoluta serenità prima di decidere di rimettersi in gioco, di ripartire con la sua vita, da Silvia o Aisha che sia. Che non si faccia di lei, dunque, un vessillo politico da sbandierare all’occorrenza.

Un inaspettato plauso, da questo punto di vista, va fatto ad alcuni esponenti di destra: le parole di Francesco Storace (“Che senso ha insultarla? Di certo non pensava di essere rapita e venduta”) e Fabio Rampelli (“Un esempio per tutti i nostri ragazzi”) lasciano intravedere uno spiraglio di buon senso che di questi tempi è merce rara. La speranza è che lo diventi sempre meno.