Smart worker: sempre più assunzioni in Italia per un 2017 da record

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Il 2017 volge velocemente al termine; manca poco meno di una settimana alla chiusura di quest’anno solare e si iniziano a tirare le somme sotto molteplici aspetti. Tra questi sicuramente c’è il bilancio nel mondo del lavoro, che analizza tassi di disoccupazione, andamenti economici e finanziari, analisi della crisi economica che ha colpito varie nazioni (tra le quali purtroppo l’Italia) e risultati di “esperimenti”.

Lo smart working rientra proprio nell’ultima categoria; arrivato nel bel paese, è stato “accolto” con timidezza, tanti dubbi (sull’efficacia e sulla fattibilità) e un po’ di paura ma poi ha pian piano conquistato tutti, dai lavoratori alle aziende (anche quelle con maggiore visibilità sul mercato) e si è diffuso a macchia d’olio.

Il 2017, quindi, si può definire un anno record per i dipendenti del lavoro agile, gli smart worker, che hanno visto una crescita sempre maggiore di assunzioni con questa tipologia di contratto. Anche l’Osservatorio Smart Working, nella figura del direttore Mariano Corso, ha affermato che quest’anno sarà ricordato innanzitutto per la normativa che ha disciplinato questa nuova forma di lavoro (maggio 2017) e poi per i benefici che ambedue le parti (aziende e dipendenti) ne stanno traendo.

Quello che sottolinea il dottor Corso, inoltre, è l’importanza che ha questa legge nel nostro paese, ma anche in tutta Europa, perché si presenta come la più completa, la più sviluppata, insomma quella che ha seguito un progresso superiore a quello degli altri paesi del vecchio continente. Quest’aspetto mette le aziende in condizione, quindi, di non potersi più esimere dal praticare anche questa strada, nelle assunzioni e nella stipulazione dei contratti.

Contratti smart working in crescita: dipendenti passano da 250 a 305 mila

Nelle statistiche dell’anno, fortunatamente, si è palesata la scelta sempre più numerosa delle aziende di reclutare smart worker, che son passati dai 250 mila dello scorso anno ai 305 mila di quest’anno (pari all’8% dei lavoratori totali italiani) confermando una crescita del 14% (nel paragone 2016-2017) che, se si inserisce l’ultimo quadriennio (dal 2013 ad oggi), arriva fino al 60%.

Questi dati non possono certo essere un caso, anzi dimostrano che lo smart working funziona e piace sempre più; il motivo è ben legato ai molteplici vantaggi che i dipendenti e le aziende riescono ad ottenere dalla modalità di lavoro smart e tra questi la maggiore produttività è sicuramente al primo posto tra i benefici derivanti dallo smart working.

Tuttavia non si possono tralasciare, riportando i concetti espressi dal direttore Mariano Corso: i costi inferiori sostenuti dalle aziende (avendo in sede un numero di dipendenti inferiore rispetto a quello che è sotto contratto con l’impresa stessa); il tasso di assenteismo che si riduce notevolmente (visto che gli smart worker lavoreranno comodamente da casa o nelle sedi di co-working); infine la motivazione e la libertà di espressione che i dipendenti smart riescono, rispettivamente, a manifestare e mettere in pratica.

Chiaramente quanto detto dimostra soltanto gli effetti che hanno ottenuto gli smart worker e le aziende da questa nuova forma di collaborazione, però bisogna capire andare all’origine, di quanto detto, per meglio comprendere come ci si è arrivati a questi risultati. Tutto parte dai progetti, in parte esperimenti (come detto precedentemente), realizzati dalle varie aziende italiane nell’arco di quest’anno.

Questi progetti coinvolgono circa il 36% delle grandi aziende italiane (mentre l’anno precedente la percentuale si attestava intorno al 30%); entrando nel dettaglio di questi numeri, poi, il 50% delle imprese è pronto ad evolvere il progetto in smart working. Questi dati sono ancora in fase di trasformazione, tanto che soltanto il 9% delle migliori aziende italiane si dichiara pronto a 360° al lavoro agile (per quanto riguarda le competenze necessarie in ottica smart).

Quello che ancora manca, cioè l’anello di congiunzione tra la fase sperimentale e il pieno sviluppo dello smart working, è l’approfondimento della questione; molte aziende, infatti, tendono ad intraprendere progetti e contratti smart senza conoscere realmente questa nuova metodologia di lavoro e quindi difficilmente riescono, poi, a proseguire su questa strada a tutti gli effetti.

Bisognerà, quindi, invertire la tendenza definitivamente, ampliare il raggio d’azione e modificare la cultura manageriale italiana, in modo tale da rendere ancor di più lo smart working una forma di lavoro integrata che può portare, nelle casse dell’Italia, fino a 14 miliardi di euro (legati agli aspetti positivi derivanti dal lavoro agile).

Si può dire, in conclusione, che gli smart worker sono il frutto di un diamante grezzo, che ha tantissimo potenziale e valore ancora non scoperto del tutto e che nel prossimo triennio prevede l’integrazione di altri lavoratori e di nuove figure professionali che possano migliorare l’organizzazione dei contratti smart e che, nel 2018, possa far esplodere definitivamente lo smart working.