Smart Working: bilancio annuale sulla situazione attuale e linee guida per il futuro.

L’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano tira le somme sulla situazione attuale sia delle aziende, sia delle PMI che della Pubblica Amministrazione rispetto alle organizzazioni di lavoro improntate sullo Smart Working. Se i dati, da un lato, stanno iniziando a segnalare l’acquisizione di forme di lavoro Smart Working sempre più spesso, ancora molti sono i punti su cui è bene concentrarsi per favorire lo sviluppo di questa nuova concettualizzazione del lavoro nel nostro paese.

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smart working nell'era dell'industria 4.0
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L’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano tira le somme sulla situazione attuale sia delle aziende, sia delle PMI che della Pubblica Amministrazione rispetto alle organizzazioni di lavoro improntate sullo Smart Working. Se i dati, da un lato, stanno iniziando a segnalare l’acquisizione di forme di lavoro Smart Working sempre più spesso, ancora molti sono i punti su cui è bene concentrarsi per favorire lo sviluppo di questa nuova concettualizzazione del lavoro nel nostro paese.

Nonostante tutto quello che è accaduto nel 2017, sicuramente quest’anno verrà ricordato come l’anno in cui è stata emanata la legge sullo Smart Working, la legge che regola le condizioni di lavoro, tra dipendenti e datori di lavoro, senza precisi vincoli di orario e di luogo di lavoro, grazie al fondamentale utilizzo di strumenti tecnologici innovativi per lo svolgimento dell’attività lavorativa stessa.

«La nostra legge è la più evoluta d’Europa, le aziende italiane non hanno più alibi per rimandare l’introduzione di quello che rappresenta un pilastro per una riorganizzazione del lavoro più intelligente, con vantaggio reciproco tra le parti. Aumento di produttività, meno assenteismo e costi, lavoratori più motivati e capaci di esprimere talento e passioni, una società più giusta, sostenibile e inclusiva», così ha iniziato il proprio discorso Mariano Corso, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, alla presentazione dei risultati della sesta edizione dell’Osservatorio stesso.

Se fino a qualche tempo si parlava di Smart Working per lo più in maniera astratta, oggi invece i dati possono essere quantificati: un progetto ben sviluppato può portare ad un incremento di produttività del 15% per lavoratore, che si traduce 13,7 miliardi di euro di benefici complessivi, considerando una base potenziale di 5 milioni di persone che potrebbero prendervi parte (per tipologia di attività compatibile) e ipotizzando una pervasività al 70% dei lavoratori interessati. Un altro dei notevoli vantaggi ai quali potranno accedere i lavoratori e che non può essere affatto trascurato è l’abbattimento dei tempi e dei costi di spostamento, con il conseguente aumento della qualità della vita, a cui andrebbero ad aggiungersi un aumento della motivazione e della soddisfazione dei lavoratori stessi. Volendo considerare anche un’unica giornata a settimana di lavoro in remote working, è stato stimato che, il tempo risparmiato in un anno è di circa 40 ore a testa, risparmio che andrebbe a giovare anche alle condizioni ambientali in termini di  riduzione notevoli di emissioni di inquinamento nell’intero anno.

Ma cerchiamo di capire cosa sta effettivamente succedendo nel nostro paese … Quanti sono gli Smart Worker? Quante sono le aziende, le PMI o anche l’organizzazione pubblico che hanno aderito a programmi di Smart Working? La ricerca portata avanti da Polimi su 206 grandi imprese e 567 PMI ha messo in evidenza che gli smart worker attualmente sono 305mila, ovvero l’8% del totale dei lavoratori, con una crescita del 14% rispetto al 2016 (erano 250mila) e del 60% rispetto al 2013.

Andando più nello specifico il 36 % delle grandi imprese ha lanciato, o sta per farlo, progetti basati sullo Smart Working; anche in numerose PMI (il 22 %) si stanno sviluppando progetti di questi tipo ma meno strutturati, mentre nella Pubblica Amministrazione risultano essere ancora pochi (circa il 10 %).

«C’è ancora molto da fare per rendere lo Smart Working un’occasione di cambiamento profondo della cultura organizzativa – dice Fiorella Crespi, Direttore dell’Osservatorio Smart Working -. Occorre pensare a modalità di lavoro innovative anche per la maggioranza dei lavoratori esclusi da questi progetti, soprattutto nelle PMI e nelle pubbliche amministrazioni dove, nonostante gli apprezzabili sforzi a livello normativo, la diffusione è tutt’altro che incoraggiante. Le azioni di sistema portano a sperare in un cambio di passo per il prossimo anno, in cui lo Smart Working possa rivelarsi un’occasione di rilancio per tanti lavoratori».

Gli ostacoli principali allo sviluppo di opzioni lavorative basate sullo Smart Working sono innanzitutto la difficoltà di applicazione alle realtà attuali, ma anche il disinteresse e le resistenze, per diversi fattori, da parte dei capi. Se queste discorso riguarda tanto le grandi aziende che le PMI, per la Pubblica Amministrazione il problema fondamentale che impedisce lo sviluppo di organizzazioni lavorative impostate sullo Smart Working è da ricercare nella mancanza di una regolamentazione specifica al proprio interno.

Ad ogni modo le previsioni per il futuro risultano essere ottimistiche: la maggior parte delle organizzazioni che ha già messo in atto un progetto strutturato di Smart Working prevede di ampliarne l’accesso a più persone, di sviluppare figure professionali nuove ed innovative che diventeranno necessarie per questo campo e di diffondere una nuova impostazione lavorativa basata sull’individuazione degli obiettivi, sulla responsabilizzazione e su pratiche autovalutative dei risultati e delle performance.

L’impostazione di forme di lavoro improntate sullo Smart Working porterebbe moltissime novità per le aziende ed il loro sviluppo: aumento della produttività, una nuova impostazione della leadership, valorizzazione dei talenti, conciliazione, inclusività.