Sopravvissuta agli attacchi di Parigi mette nei guai Facebook, Google e Twitter

Una donna di Chicago mette sotto accusa i maggiori colossi informatici: non avrebbero fatto nulla per evitare che l’Isis si espandesse sui social

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Mandy Palmucci si sente una miracolata. Il nefasto 13 Luglio 2015 si trovava in vacanza a Parigi e fu coinvolta, suo malgrado, nel più sanguinoso attentato terroristico che l’Europa ricordi.

La donna, residente a Chicago, era a cena con alcuni amici nel ristorante La Belle Equipe, nel centro della capitale francese, quando un gruppo di terroristi irruppe nel locale sparando all’impazzata ed uccidendo 19 persone.

Mandy riuscì a salvarsi ed oggi, a distanza di quasi tre anni da quell’evento, che a suo dire le ha cambiato la vita, decide di fare causa ai maggiori social network (Facebook e Twitter) e al più importante motore di ricerca (Google), rei, secondo la sua versione, di aver dato spazio ai terroristi e di non aver vigilato abbastanza per evitare che l’Isis postasse messaggi in codice per pianificare ed organizzare l’attentato. La notizia, riportata dal Chicago Sun Times, dà risalto anche alle parole dell’avvocato della donna che spiega: “La presenza dell’Isis sui social network non ha fatto che aumentare negli ultimi anni”.

Stando alle motivazioni che hanno spinto la donna a fare causa a questi colossi informatici, ci sarebbero i grandi ricavi economici che l’Isis avrebbe tratto da inserzioni pubblicitarie presenti proprio nei portali. Inserzioni pubblicitarie che hanno portato profitti anche ai social network che li hanno pubblicati. La vertenza si basa sui principi dell’“Antiterrorism Act”, ovvero un piano ideato dal governo statunitense volto a fermare il terrorismo islamico, ma non solo.

L’atto prevede anche il principio di responsabilità oggettiva, ovvero: un’azienda deve rispondere non solo in caso di reato diretto, ma anche se l’azienda stessa viene utilizzata come mezzo per commettere un reato, arrecando danni a chiunque. Insomma, in questo caso, il fine non giustifica affatto il mezzo. E ci mancherebbe. Twitter e Google non si sono degnati neanche di rispondere, Facebook invece ha rilasciato un comunicato, nel quale ha spiegato di essere stato vicino alle vittime dell’attacco e ai loro familiari e che, nonostante non sia possibile bloccare la pubblicazione di contenuti preventivamente, l’azienda è molto attenta e vigilerà sempre, rimuovendo tutti i post che inneggiano al terrorismo o che possono essere legati ad organizzazioni di questo tipo.

Tuttavia, difficilmente questa causa caverà un ragno dal buco, in quanto non è la prima volta che i social network sono nell’occhio del ciclone per questioni analoghe. Secondo le leggi americane, infatti, le accuse risultano infondate, in quanto i social network non posso essere ritenuti responsabili, neppure oggettivamente, di ciò che gli utenti decidono di pubblicare. Facebook, in particolare, ha già da tempo dichiarato guerra al terrorismo, senza esclusione di colpi. Infatti, nel giugno dello scorso anno, il colosso di Menlo Park annunciò una serie di novità in modo da rendere il social network ostile all’Isis e simili. Proprio il CEO e fondatore di Faceboo Mark Zuckerberg si prese la briga di pubblicare un lungo post, dove venivano presentate le contromisure. “Stiamo mettendo in piedi uno strumento di intelligenza artificiale che ci consenta di trovare in modo veloce contenuti ed account legati al terrorismo” furono le parole usate nel post stesso.

É stato, infatti, creato un vero e proprio pool antiterrorismo, composto da 150 esperti che si occupano prevalentemente di scovare contenuti sospetti su Facebook e di rimuoverli prontamente. Nei rari casi più gravi, dove questi post, dovessero costituire una minaccia reale e imminente, verranno immediatamente allertate le forze dell’ordine. Inoltre lo stesso Zuckerberg precisava nel post: “Abbiamo un team di esperti che valuta le informazioni riferite a post che sostengono il terrorismo: cerchiamo di rimuovere questi ultimi nel minor tempo possibile. […] La nostra posizione sul terrorismo è abbastanza chiara: il terrorismo non deve aver post in alcun luogo, né su Facebook né altrove su Internet. E’ una cosa che prendiamo molto sul serio. Il problema è come combattere efficacemente il terrorismo e al tempo stesso proteggere la privacy della gente”.

Il fondatore del social network più utilizzato al mondo (le stime parlano di un miliardo di profili) promette di assumersi la responsabilità di fornire maggiore sicurezza ai propri utenti chiedendo però, anche la collaborazione degli stessi, spiegando che le segnalazioni di chi si imbatte su un contenuto sospetto sono fondamentali. A proposito di questo, Facebook ha aperto una casella di posta elettronica, creata ad hoc per questo tipo di segnalazioni: hardquestions@fb.com