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Tra prudenza e confusione

L’avvio della seconda fase – anche se non sappiamo ancora bene se la prima è davvero chiusa – appare un equilibrio, assai precario, tra cautela e decisionismo.
Da una parte la concreta evidenza di dover stare in guardia, dall’altra la percepita confusione di come il problema sia affrontato, con scarsa solidità di coordinamento.
Dal “tutti chiusi” al “tutti aperti”, in  un’altalenante stabilità che non fa bene al Paese.
Il solo punto d’incontro, sul quale nessuno può discutere, è che si debba privilegiare la salute di ciascuno; perfino il Pontefice ha richiamato all’ordine “voci” dissenzienti.

La diversità Europea

Da più parti si continua a indicare – come modelli per una rapida ripresa – la Germania e la Francia, ma in entrambi i casi ci sono dei segnali di “ripiegamento”; né si possono celare i dati evidenti relativi ai deceduti.
Il giorno della “chiusura totale” – 11 marzo scorso – i deceduti furono 196, oggi 382.

Il doppio e bisogna riaprite tutto? Il problema è innegabile, ma le soluzioni tardano. Se i tedeschi e i francesi sono costretti a casa, hanno comunque un introito, versato  sui loro rispettivi conti correnti.
Qui da noi, di contro e purtroppo, al netto dei 600 euro delle “partite iva”, la cassa integrazione è ancora un miraggio e gli ostacoli burocratici non scarseggiano.
Il Presidente del Consiglio ha chiesto alle banche una prova d’amore, ma è più auspicabile sperare in un atto di responsabilità; in fondo lo Stato ha garantito il prestito e, dunque, si dovrebbero sveltire tempi e modi per la concessione di liquidità.

La salvaguardia della salute, obiettivo primario

Se, a seguito di una attuale riapertura totale, dovessero risalire i dati, non è affatto trascurabile l’eventualità che tra quaranta giorni ci potrebbero essere 150000 persone bisognevoli di terapia intensiva; ed il calcolo viene semplice dal momento che, nonostante il potenziamento a 9000 posti, non ci sarebbe spazio sufficiente. Con tutte le nefaste conseguenze.
A margine della visita a Lodi, il Presidente Conte ha dichiarato come  studi scientifici lo hanno indotto all’estrema cautela; è irresponsabile chi chiede la riapertura totale.

Riaperture a macchia di leopardo non appaiono una panacea, i provvedimenti devono essere nazionali e poi, eventualmente, adattati alle esigenze territoriali.
Insomma, in emergenze tanto gravi, è l’apparato centrale dello Stato che deve impartire direttive chiare.
Una seconda fase, quindi, prudente per evitare  nuovi contagi e per non piangere altri morti.

E’ incontrovertibile l’esistenza di esigenze economiche da risolvere nell’immediato – ed è già tardi – ma non ci si può permettere di “richiudere tutto” una seconda volta.
L’esempio della Germania è chiaro: i parametri attuali sono 1 a 1. Quindi urgenza di tornare a cautela massima, con vigoroso controllo del territorio.
Esiste la possibilità, tutt’altro che remota, che ci saranno – dal prossimo 4 maggio – circa 4 milioni e mezzo di lavoratori in più a muoversi; pensare di incrementarne il numero, non appare compatibile con i criteri prudenziali previsti in questo tempo.

Il quadro futuro

Di una cassa integrazione latitante, con tempi di corresponsione tra i tre e i cinque mesi, abbiamo accennato e, perseverando tale realtà, la discesa in piazza non è un accadimento remoto. In pratica, bloccare in casa chi non riesce neppure ad essere supportato da un ammortizzatore, alla lunga si potrebbe rivelare un innesco altamente pericoloso.
Esperti sono certi che, tra la fine dell’attuale settimana e la prossima, cinquecentomila piccole e medie imprese spariranno dal novero economico.

La complessità burocratica, che attanaglia l’imprenditoria, accelera la disfatta.
L’imperiosa avanzata del telelavoro sarà un deterrente, ma non sembra poter decongestionare, in maniera sostanziale, il trasporto pubblico; saranno improcrastinabili efficaci misure di rafforzamento.
In campo politico la situazione segue lo stato dell’arte: poca chiarezza. Eppure nei momenti di emergenza le divisioni, che si tramutano in spaccature, non fanno bene. Un Paese dovrebbe presentarsi al cospetto Europeo con unità di intenti e proposte condivise.

Il conteggio è ineluttabile, ma l’attuazione estremamente complicata. Ci voglio cinquecento miliardi di euro e “qui” non ci sono. Dovrebbe essere chiaro a tutti.
Citare di “congiunti” è diventato argomento inflazionato; la programmazione, invece sarebbe indispensabile.
Sulla pianificazione e sulla progettazione si è puntato quasi nulla; la politica ha preferito passare subito all’incasso, con investimenti temporanei, atti esclusivamente ad accaparrarsi il consenso momentaneo.

La pianificazione consiste nell’arte della relazione di diverse variabili e, quando non si risolve in velleitarie direttiva centralistiche, può ridurre al limite l’impatto di una crisi”, asserisce il Professor Franco Archibugi. A prescindere da colori e appartenenze, ma con onesta intellettuale, non uno qualunque.
E sempre auguri a noi

Raimondo Miele