Statistiche smart working: dati a confronto tra lavoratori e aziende in italia

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smart working e le statistiche
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Con la globalizzazione c’è stata un’autentica rivoluzione all’interno della società; che se parli sotto il profilo culturale, della comunicazione o della tecnologia, il mondo di oggi ha fatto notevoli passi avanti. È consequenziale, quindi, che anche altri settori si stiano evolvendo e tra questi sicuramente c’è il mondo del lavoro.

Negli ultimi anni in Europa, cosi come in America, si sta sviluppando un nuovo approccio lavorativo: lo smart working che, grazie alla legge n. 81/2017 emanata nel mese di maggio, ha finalmente preso piede anche in Italia. Infatti, è grazie al quadro normativo che ha dato questa legge che anche nel bel paese lo smart working (altresì definito “lavoro agile”) si sta ampiamente diffondendo.

I dati statistici stanno dimostrando, infatti, quanto i dipendenti virino verso questa forma di lavoro, sia per i vantaggi che ne traggono e sia perché mettono le stesse aziende in condizioni concretamente favorevoli. Per chi si trova ad affrontare quest’argomento ex novo, lo smart working non è altro che un accordo, tra un’impresa e un suo dipendente, che prevede lo svolgimento delle funzioni lavorative in un luogo esterno a quello dell’impresa stessa, ma non in toto, vale a dire che parte di queste dovranno essere seguite comunque sul luogo di lavoro (in conformità a quanto accordato tra le parti).

Nonostante l’Europa sia ancora abbastanza avanti (si attesta un 17% di contratti lavoro agile), i dati registrati in Italia dimostrano un buon interesse dei lavoratori nei confronti dello smart working; il 6% dei dipendenti, pari a più di 300.000 persone, ha scelto di firmare un contratto aziendale lavorando comodamente da casa (o affittando scrivanie in luoghi adibiti appositamente per questa tipologia di lavoro, i cosiddetti co-working). Se il numero può sembrare basso, bisogna precisare che non è per nulla così anche perché si deve considerare che lo smart working è una pratica che si è diffusa recentemente e che ha fatto schizzare la produttività lavorativa quasi all’80%.

Secondo i dati stilati dalla Jobsinaction (azienda che si pone come obiettivo quello di creare una “rete” tra aziende, cittadini, lavoratori e soprattutto giovani in cerca di occupazione) il 6% dei dipendenti in smart working deriva da imprese, sia operanti nel settore pubblico che in quello privato, che hanno più di 10 dipendenti e che la produttività è aumentata è grazie all’obiettivo che il lavoro agile si pone: aumentare la flessibilità lavorativa puntando sulla qualità dell’operato anziché sul tempo necessario per svolgerlo.

Ascoltando le parole del ministro del Lavoro, l’onorevole Giuliano Poletti, si evince quanto l’Italia stia puntando sullo smart working perché, se si riesce a coinvolgere un numero sempre maggiore di lavoratori, lo Stato potrà beneficiare di almeno 13 miliardi di euro, somma decisamente importante per un paese che vive una fase storica abbastanza delicata, sotto l’aspetto economico-finanziario. Di certo, ha ribadito Poletti, bisogna coniugare i bisogni dei lavoratori a quelli dei titolari delle aziende altrimenti lo smart working rischia di essere un grosso buco nell’acqua.

Andando ancora più a fondo nei dati, si evince che sono soprattutto gli italiani al Nord a scegliere lo smart working come pratica lavorativa; tra questi la maggioranza è di sesso maschile e si aggira intorno ad un’età media pari a 40 anni (con una percentuale di crescita, rispetto al 2013, al 60% e pari al 14% se andiamo a paragonare i dati attuali con quelli dello scorso anno).

Per capire, proseguendo, come stanno approcciando le imprese allo smart working, si possono analizzare altri dati inerenti a progetti adottati, per ampliare il ventaglio di lavoratori “smart workers”, e a quanto i titolari conoscano (e appoggino) questo modo di fare lavoro. Purtroppo, quest’aspetto, presenta ancora alcune lacune perché soltanto il 36% delle aziende ha già adottato progetti in quest’ottica mentre oltre il 40% non è minimamente interessato ad avviarne uno; il restante 14% si suddivide tra l’ignoto (imprese che non hanno la minima idea di cosa sia il lavoro agile) e quelle che hanno avviato questa modalità attraverso iniziative ben strutturate. Quanto detto riguarda soltanto il settore privato delle aziende perché quello pubblico presenta dati ancor più negativi.

Se si analizzano i vantaggi che si presentano per ambedue le parti (flessibilità e comodità per i lavoratori e riduzione di personale in sede, con conseguente risparmio su costi aziendali, per i titolari delle imprese) si fa fatica a capire come mai questi progetti ancora stentano a partire mentre i lavoratori son sempre più motivati (il livello di soddisfazione paragonato al dipendente standard è maggiore), e in crescita, nello scegliere lo smart working come tipologia di lavoro.

In conclusione si può dire che: il lavoro agile piace; si sta diffondendo più tra i lavoratori e meno tra le aziende; che l’Italia, nonostante sia ancora in ritardo rispetto al resto d’Europa, fa registrare un numero d’impiegati in ottica smart buono e che basterà adottare una strategia ben mirata per far decollare definitivamente questa nuova pratica che sta evolvendo il mondo del lavoro.