Strage di Capaci (Fonte Wikipedia) © LANNINO & NACCARI / STUDIO CAMERA
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Oggi, 23 maggio 2020, ricordiamo la Strage di Capaci. Tre agenti morirono nel compimento del proprio dovere

In quel maledetto 23 maggio del 1992, in quella che è passata alla Storia come Strage di Capaci, morirono insieme a Giovanni Falcone e alla moglie Francesca Morvillo (entrambi magistrati) anche tre agenti di scorti: Rocco Dicillo, Antonino Montinaro e Vito Schifani.

In questo articolo ricorderemo questi tre eroi, troppo spesso dimenticati, morti mentre stavano compiendo il proprio dovere. 

La Strage di Capaci 

Il conto finale di questo agguato mafioso fu di 5 persone morte e altre 23 ferite. Obiettivo primario, in questa azione voluta da Cosa Nostra, era l’eliminazione di Giovanni Falcone, uno degli uomini di punta nella lotta contro la criminalità organizzata a livello sia nazionale sia internazionale. 

Alle ore 17.57 di quel 23 maggio, il magistrato, sua moglie e la scorta stavano rientrando a Palermo attraversando l’Autostrada A29 quando, all’altezza di Capaci (Isola delle Femmine), un’esplosione devastante distrusse in un attimo i sogni e le speranze di tante persone innocenti. 

Diverse macchine furono coinvolte nell’attentato, tra le quali le tre Fiat Croma blindate (ognuna di un colore diverso: bianco, azzurro e marrone) adibite a protezione di Falcone. Purtroppo, nemmeno questa estrema difesa risultò efficace rispetto alla potenza della detonazione. 

Basti pensare che l’auto nella quale si trovarono i tre agenti uccisi fu catapultata, dalla violenza dell’esplosione, a dieci metri dall’autostrada, in un oliveto. Morirono sul colpo. 

Per il loro impeccabile servizio tutti e tre hanno ricevuto, postuma, la Medaglia d’Oro al Valor Civile

Rocco Dicillo 

Nato a Triggiano (Provincia di Bari) il 13 aprile del 1962, Rocco Dicillo era un poliziotto, agente scelto del Reparto Scorte e Tutela della Polizia di Stato. Il giorno della sua morte, si trovava sul sedile posteriore della Fiat Croma marrone, guidata dall’agente Vito Schifani. Davanti si trovava anche il terzo agente ucciso, Antonio Montinaro. 

Rocco Dicillo (Fonte Wikipedia)

Questo esemplare servitore dello Stato è sepolto nel cimitero del suo paese natale, che gli ha dedicato un centro culturale polifunzionale e una via. 

Anche altri comuni italiani hanno imitato la scelta di Triggiano, ad esempio Bari con una via nel quartiere Santa Rita. 

Antonino Montinaro 

Suo luogo di nascita (avvenuta l’8 settembre del 1962) è stato Calimera, Provincia di Lecce. 

Sposato con Tina Montinaro, aveva due figli e ricopriva il ruolo di Assistente di Polizia, fungendo anche da capo scorta di Giovanni Falcone. 

Antonino Montinaro (Fonte Wikipedia)

Riposa nel Cimitero di Santa Maria dei Rotoli (Palermo), così come il collega Schifani. 

Calimera gli ha dedicato una piazza e un monumento molto toccante: una grande pietra, estratta dal luogo dell’attentato, e da un albero di mandarino (in rappresentanza della Sicilia). 

La moglie continua a perpetuare il ricordo del sacrificio del marito tramita l’Associazione Vittime della Mafia. 

Vito Schifani

Nato a Palermo il 23 febbraio 1965, questo agente di Polizia lasciava un figlio di soli 4 mesi e una moglie giovanissima, Rosaria Costa, di 22 anni. 

Celebri le parole che quest’ultima pronunciò durante i funerali del marito e che vi riportiamo per la forza che traspare ancora a distanza di tanti anni: 

Io, Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani mio, a nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato, lo Stato…, chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia, adesso.

Rivolgendomi agli uomini della mafia, perché ci sono qua dentro (e non), ma certamente non cristiani, sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono: io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare…

Ma loro non cambiano… […] …loro non vogliono cambiare…

[…]. Non c’è amore, non ce n’è amore….”. 

Vito Schifani (Fonte Wikipedia)

Vi perdono ma inginocchiatevi 

L’eroismo di questi tre poliziotti è stato anche il soggetto di un film, andato in onda alcuni anni fa sul canale televisivo LA7, dal titolo “Vi perdono ma inginocchiatevi”. 

La pellicola racconta le vicende di Dicillo, Montinaro, Schifani e delle loro famiglie, fino al tragico e drammatico finale che tutti noi conosciamo. Un film assolutamente da vedere per comprendere, fino in fondo, il sacrificio sostenuto da queste famiglie, e non solo da loro, al fine di debellare la Mafia. 

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Alessandro Maria Raffone, napoletano, classe ‘84, dopo la laurea in Scienze Storiche dell’Università Federico II, ha vinto un premio del Corso di Alta Formazione in Scienze Politiche “Studi Latinoamericani” dell’Università La Sapienza con la tesi Italia Fascista, Italiani all’estero e Sud America. Nel 2015 ha fondato l’Associazione Culturale “Heracles 2015”, la cui mission è far conoscere gli aspetti meno noti di Napoli. Ha scritto per la rivista Il Cerchio, e ha collaborato con il think thank indipendente Katehon. Ha concluso il Dottorato di Ricerca in “Storia, culture, e saperi dell’Europa Mediterranea dall’antichità all’età contemporanea” presso l’Università degli Studi della Basilicata nel febbraio 2018.