Studio sui selfie
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Uno studio sui selfie effettuato di recente da una studiosa americana ha dimostrato come questa abitudine distolga i possessori di smartphone dal vero e profondo significato delle esperienze immortalate attraverso i propri dispositivi

Il recente studio sui selfie, considerabili ormai come una vera e propria “moda” radicata soprattutto tra i più giovani, è stato condotto da Gia Nardini, accademica del Daniels College of Business di Denver. Nella sua indagine, i cui risultati sono stati resi noti in un articolo uscito sulla rivista Psychology & Marketing, la ricercatrice ha effettuato in primo luogo uno screening sui dati derivanti da test già svolti in passato sulle conseguenze che possono determinarsi facendosi troppo prendere da questa abitudine. In particolare, si era segnalata un’indagine, risalente al 2013, nella quale erano stati intervistati gruppi di turisti che, durante la loro visita ad alcuni musei, si erano autoimmortalati dinanzi ad alcune opere esposte. Essa aveva dimostrato clamorosamente come i visitatori coinvolti nell’esperimento ricordassero a malapena tutte quelle davanti alle quali si erano fotografati; delle statue o dei dipinti, invece, che non erano stati oggetto dei loro selfie, conservavano un’ottima memoria.

Lo studio di Gia Nardini

Partendo da questi dati preliminari, Gia Nardini ha dunque condotto il suo studio sui selfie mediante un esperimento. Ad un gruppo di ragazzi è stata sottoposta la visione di un documentario sugli animali (meduse e serpenti): ad una metà di essi, la ricercatrice ha chiesto soltanto di guardare attentamente il filmato mentre alla restante parte di scattare fotografie alle immagini che vi comparivano. Al termine del test, nel valutare la piacevolezza dell’esperienza vissuta, i ragazzi che avevano solamente visto il documentario lo avevano dichiaratamente apprezzato di più rispetto agli altri intenti contemporanemante a fare selfie.

Nella ripetizione dell’ esperimento, nel quale è stato proiettato sempre lo stesso documentario, la platea degli studenti deputati alla produzione di selfie è stato ulteriormente suddivisa tra coloro che dovevano semplicemente scattare immagini e coloro che invece, una volta eseguite, dovevano divulgarle sui social. Quest’ultimo aspetto ha fatto sì che il gradimento verso il filmato proiettato scendesse ulteriormente sia rispetto a quelli che avevano soltanto fotografato le immagini sullo schermo sia rispetto a quelli che, come già nel primo esperimento, lo avevano soltanto osservato con attenzione.

Perchè meno ricordi e meno emozioni?

Nell’analizzare questo fenomeno, Nardini ritiene che il giudizio sull’esperienza vissuta da qualsiasi individuo possa essere inficiato dalla possibilità di poterla apprezzare al meglio a casa grazie alle foto, ed in particolare, ai selfie scattati: ««E’ una sensazione analoga a quella degli studenti – ha affermato la studiosa – che, se registrano le lezioni, non prestano molta attenzione alle parole dei professori perché sanno che potranno riascoltarle».

Un ulteriore fattore, inoltre, che porterebbe a vivere con meno intensità le emozioni legate ad un determinato evento è dovuto alla contemporanea ricezione di messaggi e notifiche durante l’atto di scattare foto e selfie. Nardini, a questo proposito, ha elogiato l’iniziativa messa in atto da alcuni cantanti famosi durante i loro concerti: “Star della musica come Beyoncé e Adele devono aver intuito questo fenomeno, perché agli spettatori dei loro concerti americani è chiesto di riporre i cellulari in una custodia “smart” studiata dalla startup Yondr, che rimane chiusa per tutto il concerto e si può sbloccare solo presso appositi totem all’uscita».

I risultati dello studio sui selfie condotto da Gia Nardini sono tali da indurre ad una seria riflessione sulle abitudini di quanti possiedono uno smartphone: fare autoscatti è bello e piacevole ma bisogna sempre dare importanza, in primo luogo, al valore di un’esperienza così come rispettare  le persone e le cose di cui sono le vere protagoniste.

Nato a Taranto nel 1986, Angelo Zito frequenta il liceo classico conseguendo la maturità classica nel 2005 con il punteggio di 97/100.  Nel 2009 consegue con il massimo dei voti il titolo di Dottore in Conservazione dei beni culturali dell'Università presso l'Università Suor Orsola Benincasa di Napoli e nel 2011, presso lo stesso ateneo e con il medesimo esito, il titolo di Dottore Magistrale in Archeologia. Nel mese di aprile 2018 conseguirà il Diploma di Specializzazione in beni archeologici, titolo equipollente al dottorato di ricerca, necessario per l'accesso ad incarichi professionali presso il Mibact. Membro dello staff direttivo dell'Associazione culturale Heracles 2015, giornalista pubblicista dal maggio 2017, attualmente collabora con Il Giornale Off, approfondimento culturale online del quotidiano milanese.