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“L’uomo ragionevole si adatta al mondo. L’uomo irragionevole insiste nel cercare di adattare il mondo a sé. Quindi tutto il progresso dipende dall’uomo irragionevole.”

Così affermava George Bernard Shaw e, intanto che la citazione trovi conferme, non si può non osservare come l’arroganza e l’insolenza avallano le incompetenze, ma le stesse incapacità che ne derivano, generano fiduciose aspettative.

Più delle cognizioni, che si fondano su solide preparazioni, oggi pare funzioni così e non ci sta verso di capirne le motivazioni. Dovrebbe apparire chiaro, tuttavia, come in difetto di progetti e serene autocritiche, nessun dissenso può essere in grado di ribaltare la realtà dei fatti. La stessa realtà che gli attuali, evanescenti, dissensi si sono indubbiamente, finanche masochisticamente, cercata; senza avere il minimo sospetto di quanto fosse dannoso esprimere pareri, strettamente collegati a personali convincimenti dimostratisi, con scelte future, totalmente disattesi. Una sola certezza se ne evince: attualmente ancora non esiste una forza intermedia, moderata, in grado di arginare populismo e qualunquismo.

Personalmente mi capita di provare “sana invidia” nel constatare le superiori capacità di eccelse menti emergenti, in grado di affrontare qualunque tema, sulle più svariate problematiche, con una sicumera disarmante.

Noi (nel senso più campanilistico del termine), per giunta, ci mettiamo il “carico”, confondendo un conveniente trasformismo esteriore, per una totale mutazione culturale. Mentre il nulla continua a colmare il niente ed il niente si pavoneggia sempre più del nulla, su cui regge, speriamo che la citazione del famoso irlandese dia riscontri.

Delega e gestione, comodità e difficoltà

E’ sempre comoda l’antica abitudine di delegare all’uomo forte, di turno, la gestione delle responsabilità, pur di avere la facoltà di coltivare, senza fastidi e noie, interessi particolari e privati.  A nulla vale la preoccupazione che il possibile risvolto possa essere una sempre maggiore autonomia di colui che gestisce la delega, fino ad arrivare a esserne dominati. In pratica, senza neppure rendercene conto, ci troviamo a subire l’utilizzo di un esagerato potere decisionale che è sempre stato il miglior viatico verso un autoritarismo che non abbiamo calcolato.

Una delle cause predominanti di tale scelta è la pigrizia che di solito si appalesa quando si rimandano precisi adempimenti e doveri, specialmente se si tratta di  rimandare compiti fastidiosi o, peggio ancora, impegnativi. Il rimandare decisioni importanti in cui serve coraggio e pertinacia, è solo causa di aggravamento delle difficoltà, con il risultato che il tutto arriva a degenerare.

Il contrario della pigrizia è l’agire tempestivamente, il vigilare sugli eventi, il percepire eventuali errori evitando rapporti conflittuali, che non farebbero bene all’efficienza ed ai bisogni utili a crescere.

Se vogliamo costruire un percorso efficace, ed ambire ad  una proficua produttività, dobbiamo prefiggersi di cosa hanno bisogno i nostri interlocutori. Superiori, dipendenti o utenti non fa nessuna differenza: importante è che la proposta trovi fondamento su  una soluzione, senza imbattersi in situazioni improduttive e contrastanti.

Generalmente chi rifiuta tale punto di vista non aspira a crescere, ma tende solo a salvaguardare la propria posizione, impedendo agli altri di emergere.

E’ storia vecchia che una intelligenza  scadente, raggiunto un ruolo di potere, tende a circondarsi da figure mediocri, fondamentalmente aduse ad ubbidire, senza curarsi di tutto quello che accade intorno. Così facendo non si avvertono i pericoli, non si comprendono gli errori e, dunque, non si interviene.

Superficialità straripante e maleducazione imperante

Una vita permeata e attraversata dalla superficialità è un grave svantaggio. Parlare di tale manifestazione, improntata sulla palese incapacità di approfondire ciò che facciamo e, talvolta, perfino pensiamo,  correlandola esclusivamente ad un’età giovanile è del tutto sbagliato. La superficialità è indubbiamente una carenza di determinare spirito critico e, quindi, di prescindere dalle azioni che la determinano.

Le prime avvisaglie della superficialità le si possono notare già dalle risposte che si danno, da parte degli adulti, ai bambini. Capita che, per pigrizia mentale, la persona adulta è adusa a evitare approfondimenti, limitandosi ad una risposta frettolosa e sbrigativa.

Altra espressione di superficialità è, specialmente al giorno d’oggi, relazionata alle continue domande senza attinenza con la curiosità o la volontà di conoscere, ma che derivano, purtroppo, dal solo intento di evitare lo sforzo di documentarsi; è in pratica il “chiedere invece di studiare”, con il risultato di generare solo confusione.

Oggi, senza dubbio, siamo tutti molto legati  alle agevolazione che informazioni e nozioni ci offrono, facendosi trovare, confezionate e pronte, sui vari mezzi che utilizziamo; ma è altrettanto vero che senza doverci neppure spostarci ci rendiamo pigri e, quindi, ci esimiamo da approfondimenti efficaci.

Non è molto difforme la superficialità – che pervade persone senza responsabilità comportamentale – senza chiedersi o analizzare motivazioni e conseguenze delle proprie azioni. Si agisce, generalmente, in tal modo solo perché si ritiene di avere la libertà di farlo senza indugiare nelle conseguenze che ne derivano, senza considerare di poter generare, nella sensibilità altrui, indignazione e risentimento; paura e sgomento; incomprensibilità e oscura chiarezza.

“Grazie per la domanda”, ci si sente rivolgere a precisa richiesta, ma il riscontro, al di là di libera interpretazione, non sempre appare rilevante dal punto di vista comunicativo.

Bisogna, tuttavia, evitare di confondere la superficialità con esperienze vissute, e mai analizzate con sufficiente spirito critico. Ad esempio nello scegliere un capo di abbigliamento. Il nero slancia o il verde evidenzia l’abbronzatura; ci sono persone che a parità di colori scelgono l’azzurro. Sono, molte volte, solo convinzioni basate su motivi di natura intima, senza nessun paragone obiettivo.

E’ necessario sottolineare come non si tratta, neppure, di motivi legati al sesso o alla cultura, al modo di essere o a quello di pensare. La superficialità è trasversale, non ha età, non è maschile e neppure femminile, non istruita o ignorante, non è bella o brutta.

La superficialità non risparmia nessuno. Persone di ogni genere sembrano prediligere la frivolezza e, ciò che è più sorprendente e scoraggiante, tante di queste persone sono forti e importanti nel contesto della società.

Spirito di emulazione errato, così come l’apparire e il non essere, cagionano nocumento ad una serietà e ad un rigore che, in verità, appaiono bagaglio fondamentale per poter risolvere problemi e incertezze.

Il saper arginare la superficialità, inoltre, evita di esprimere un senso di doppiezza, di irrilevanza. Nel tempo l’impegno ripaga e, nel contesto, è necessario impegnarsi al massimo.

L’egemonizzare, dunque, i social con espressioni e pareri su altrui comportamenti e gusti è solo un deprecabile esercizio di superficialità, permeata da maleducazione. Il tutto, spesso, con una massiccia dose di vigliaccheria, dal momento che ci si nasconde anche dietro  un “nickname”.

Nella nostra, tragica ed attuale, realtà non ci sono “nickname”, ma sovente dei muri di gomma che sembrano, inopinatamente e altezzosamente, ergersi a cardini di verità non comprese dalla base.

Confusione e scetticismo a dispetto di una necessaria condivisione di intenti

Una volta, ai tempi delle ideologie e dei dibattiti politici, ci si confrontava sulle questioni afferenti al “Bene Comune”; chi vinceva governava, su una fondamentale base di partenza  cui aveva puntato,  e chi perdeva – esercitando  il diritto di opporsi –  si batteva affinché ciò che  condivideva fosse attuato, mentre i punti opposti venissero, comunque, tenuti in una certa considerazione. Non so se i compromessi fossero medicamenti o palliativi, ma è assai probabile che si stava meglio quando si stava peggio. O, traslando il discorso ai tempi odierni, al peggio non vi è mai fine. D’altra parte, ed è storia recente, un magistrato di alto profilo, non da molto passato a miglior vita, ebbe a dire di non essere più tanto sicuro, circa l’effettivo funzionamento del rimedio di inizio anni novanta. In effetti, Calamandrei, non a caso, asseriva che “Quando dalla porta della magistratura entra la politica, la giustizia esce dalla finestra”. Attualmente, in assenza di pensieri, scuole e dottrine, si annunciano e sventolano ai quattro venti  risultati di soluzioni – circa problematiche severe e assai serie – scevri di effettivi contenuti; sciorinati più che effettivamente analizzati, per dirimere situazioni assai preoccupanti. Chi dissente, invece, è come se si sedesse sulla riva del fiume, schiumando rabbia silente, ben lieto di deridere il nemico. Insomma, la propaganda non si ferma mai e le soluzioni restano senza tangibili risultati. Un confronto senza alcuno spessore e, fatto ancora più grave, senza nessun arricchimento di concetti, progettualità e cultura politica. Se tutto questo accade, inoltre, in un frangente di assoluta emergenza, è evidente che la confusione si tramuti in assoluta incertezza; e, si sa, quando le insicurezze e i disordini comunicativi diventano consuetudini, siamo ad un punto assai prossimo al caos sociale. E se, in aggiunta, un altro ingrediente della miscela è il mancato rispetto per l’età avanzata, allora si sta innescando una bomba sociale che sarà difficile disinnescare.

Lucia De Martino