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Si dice che la tecnologia dei nostri odierni dispositivi mobili sia superiore a quella con cui l’uomo ha raggiunto la Luna, ma è davvero così?

Michio Kaku, fisico teorico ed autore di diversi libri, indica come gli attuali dispositivi elettronici di massa siano più potenti di quelli utilizzati dalla NASA nel 1969 per portare due uomini sulla Luna. Ma com’era davvero il computer dell’Apollo 11?

C’era una volta

Era l’epoca dei computer grandi come armadi, basati su valvole termoioniche, i tubi a vuoto che saranno poi sostituiti dal silicio. L’AGC (Apollo Guidance Computer) con i suoi circa 32 kg (70 pounds) costituiva un trionfo per l’ingegneria, un fulgido esempio della generazione di computer sempre più potenti e sempre meno ingombranti.

L’AGC…

In effetti, nonostante all’epoca fosse un macchinario all’avanguardia, attualmente la potenza computazionale (di elaborazione dati) dell’Apollo è inferiore a quella di dispositivi di uso comune come smartphone e simili. Ciò, tuttavia, non significa che tutti possano guidare missili o navicelle spaziali giocando con il touchscreen tra un messaggio e l’altro, né tanto meno dovrebbe offuscare la reale potenza di una macchina il cui scopo era essere affidabile e capace di complesse operazioni.

…e i suoi compiti

I compiti principali dell’AGC erano 2, tracciare dinamicamente la rotta per la Luna, basandosi sugli input forniti in volo dagli astronauti che operavano con sestanti, come gli antichi marinai, e comunicare con 150 diversi dispositivi siti sulla navicella.

Com’era fatto

Concettualmente l’AGC si basava sul lavoro svolto per il sistema di guida missilistico Polaris, usato per lanciare ordigni nucleari dai sottomarini americani. Di fatto la tecnologia del settore aerospaziale era quella del settore militare, pertanto, nel periodo della guerra fredda, la corsa alla Luna costituiva anche una dimostrazione di potenza bellica.

Ciò che inizialmente i progettisti sottostimarono, fu la complessità dello sviluppo software. C’era la necessità di avere nel loop delle comunicazioni astronauti ed ingegneri, che potessero interagire direttamente e le schede perforate, utilizzate all’epoca, non fornivano uno strumento adatto alle operazioni che si sarebbero dovute svolgere.

Fu così che il team di programmatori, guidato da Margaret Hamilton, ideò “The Interpreter”, una sorta di sistema di virtualizzazione che consentiva agli astronauti di interagire con AGC via tastiera e monitor (DSKY: display and keyboard) utilizzando verbi e numeri, quantità o misurazioni, come codici.

Problemi di sovraccarico

Al momento dell’allunaggio il sistema di guida ebbe problemi, sovraccaricandosi con “dati sporchi” che, in realtà, erano “rumore” proveniente da uno dei radar. La letteratura popolare (e propagandistica) vuole che gli astronauti passarono ai comandi manuali per eseguire la fase finale della discesa, attribuendo all’uomo, all’americano il merito. In realtà non c’era un sistema di guida strettamente manuale. I comandi furono impartiti tramite computer che, progettato per una corretta gestione delle priorità nei compiti da svolgere, riuscì ad escludere i dati in eccesso e continuare l’allunaggio.

La potenza di un dispositivo

La vicenda dell’Apollo 11 e la sua tecnologia rapportata ai giorni nostri, mostrano come l’avanzamento tecnologico non sia dato tanto dal numero di transistor o di processori che costituiscono il dispositivo, ma dalla sua adeguatezza ad uno scopo, dalla sua capacità di svolgerlo affidabilmente e, dunque, dalla sua progettazione. La potenza computazionale è solo un mezzo, altrimenti non ci ridurremmo tutti ad usare i cellulare per navigare su internet ed inviare tweet.