Venezuela: arriva il Petro, la criptovaluta di Stato

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Paese che vai, criptovaluta che trovi. A qualcuno sembrerà impossibile, eppure persino nel Venezuela di Nicolas Maduro da ieri sono in pre-vendita delle criptomonete.

Si tratta di una valuta virtuale naturalmente “nazionalizzata”, creata con l’obiettivo di aiutare il governo a fare transazioni finanziarie e ad aggirare le sanzioni che gli sono state imposte in questi anni dai governi del fu “blocco occidentale”.

Le relazioni tra il paese sudamericano e gli Stati Uniti, ma anche quelle con l’Unione Europea, sono molto peggiorate negli ultimi tempi, e con questo deterioramento sono aumentati anche i blocchi imposti dai paesi occidentali a quello governato da Maduro. Lo scorso anno, poi, l’Economist Intelligence Unit’s Democracy Index ha declassato il Venezuela da “regime ibrido” a “regime autoritario”, argomentando il provvedimento con un suo “progressivo e continuo scivolamento verso la dittatura”. Anche da un punto di vista economico, le cose hanno cominciato ad andare peggio per il paese che si sostiene per lo più (circa il 96% delle entrate statali) con le risorse prodotte dalla produzione petrolifera: il Venezuela è oggi in recessione, la sua economia subisce un’enorme inflazione e persino la produzione di petrolio è scesa del 29% in un anno. Il cosiddetto “Carnet de la patria”, la tessera che viene utilizzata per distribuire alla popolazione cibo a prezzi fissi, non decolla, così come le riforme parlamentari non hanno calmato le tensioni sociali e le proteste delle opposizioni. Parallelamente il prezzo del petrolio crolla, e il debito estero arriva a circa cento cinquanta miliardi di dollari. È anche vero, tuttavia, che il governo di Caracas è finora sempre riuscito, a volte con incredibili manovre finanziarie, a onorare i suoi debiti con i paesi e gli enti finanziari esteri, ultimi i duecento milioni di dollari recentemente versati a Clearstream (una delle principali stanze di compensazione finanziaria del mondo, con sede in Lussemburgo).

È così che lo scorso novembre il presidente Maduro – che ha da poco annunciato la propria ricandidatura alle prossime elezioni – con un clamoroso colpo di scena, ha comunicato durante un discorso televisivo la nascita del Petro, una moneta virtuale, sì, ma governativa, e legata al commercio del petrolio: «Il Venezuela – ha detto – introdurrà a partire dal prossimo febbraio un nuovo sistema di criptovalute, il Petro. L’obiettivo è l’acquisizione di maggiore sovranità monetaria e il proseguimento delle transazioni finanziarie nonostante il blocco americano». L’istituzione del Petro sarebbe infatti possibile considerando le enormi riserve economiche venezuelane di petrolio, benzina, oro e diamanti; la moneta non sostituirà quella reale corrente (il Bolivar), ma sarà utilizzata per l’acquisto di beni e servizi, e per “contrastare la tirannia del dollaro”. Un tentativo estremo, insomma, per provare a far uscire il paese dalla crisi e ancora di più dall’isolamento economico in cui ha finito per trovarsi dopo i blocchi impostigli dagli Stati Uniti. Una scommessa che però, se dovesse andar bene, potrebbe rappresentare un precedente anche per altri paesi che subiscono trattamenti simili o che comunque hanno relazioni economiche e politiche molto tese con l’occidente. Basti pensare alla Russia di Vladimir Putin, la cui economia, come sottolinea Mati Greenspan (Senior market analyst di eToro) «dipende molto, così come quella venezuelana, da un fattore che è stato negli ultimi anni piuttosto instabile: il prezzo del greggio. Sia Russia che Venezuela hanno problemi con le sanzioni degli Stati Uniti e con il Dollaro USA in quanto valuta di riserva mondiale. Un’idea come il Petro potrebbe in questo senso rivelarsi ecellente».

Secondo quanto raccontano i più informati analisti, anche la Russia, negli ultimi mesi, starebbe studiando la possibilità di adottare una versione digitale della propria moneta, il rublo, per eludere le sanzioni esattamente come ha fatto il Venezuela. In generale, però, parliamo di quello che potrebbe essere un vero e proprio trend mondiale. Non sono solo i paesi che intendono aggirare i blocchi economici infatti a lavorare per la creazione di una criptomoneta di stato, ma anche governi europei come la Svezia, che sta progettando una versione digitale della Corona svedese (si parla già di Ekrona), oppure il Giappone, Singapore e l’Estonia. Proprio quando qualcuno infatti già considera la spinta del Bitcoin e delle altre valute virtuali pronta a esaurirsi, spremuta dalla speculazione finanziaria e dall’instabilità che stiamo imparando a conoscere come contingente, sono le banche centrali e i governi a provare a sdoganarli a livello ufficiale.