adv

Una sospensione di un account Facebook attivo da dieci anni, e una serie di amare sorprese di cui prendere atto.

È questo il risultato di un esperimento fatto dal giornalista del Sole 24 Ore, Antonio Dini, che ha recentemente raccontato sulle pagine del suo giornale i risultati del “test”, nei giorni caldi dello scandalo di Cambridge Analytica.

Una vita fa. Provare per credere

Chiunque di noi volesse provare a mettere in “off” il proprio profilo Facebook, si preoccuperebbe prima, naturalmente, di scaricare e mettere al sicuro le cose a cui tiene di più, proprio come durante le grandi pulizie invernali o un trasloco di casa.

Dalla cassapanca riemergerebbero gusti musicali ritenuti ormai superati, eventi strambi a cui si è partecipato, fotografie con persone che non si frequentano da anni. Un tuffo, insomma, in una vita che sembrava passata.

Beh, oggi, a disporre di questo patrimonio personale sono proprio i social, come una sorta di banca esperienziale di ognuno di noi.

Nemmeno amici, partner, parenti, hanno a disposizione tutte queste informazioni su di noi, tanto da chiedersi: e se qualcuno prendesse possesso di tutto ciò, non prenderebbe possesso, in qualche modo, delle nostre vite?

Riprendersi ciò che è nostro

Lo stesso Facebook dà la possibilità e le indicazioni per scaricare e “riprendere possesso” di questa immensa banca dati. Dopo aver seguito una procedura piuttosto semplice, infatti, si può scaricare un documento zip di qualche centinaia di megabyte.

All’interno del file, si troveranno cartelle e pagine Html che contengono tutti i dati, a partire dal “registro generale” delle proprie attività.

E poi numero di cellulare, dati personali, città dove si è vissuto e viaggiato ma non, per fortuna, come spiega lo stesso Dini, registri delle telefonate, contatti delle rubriche telefoniche, posizioni Gps.

È bello ciò che piace

Una parte molto consistente è costituita dalle cose che “ci piacciono” o “ci sono piaciute”, ovvero canzoni e gruppi musicali, libri, programmi tv e film, luoghi in cui mangiare, squadre di calcio, marche di abbigliamento e così via.

Migliaia di nomi che, come una catena cromosomica, identificano un profilo di consumatore che sarebbe oro per qualsiasi azienda che desiderasse indirizzare in maniera targhettizzata la propria pubblicità.

Il viaggio dentro sé stessi continua, attraversando le voci “Sicurezza” (i dispositivi e le sessioni attive: e quindi telefonini, tablet, interazioni con altri social), le “Attività dell’account” (tutte le migliaia di volte che abbiamo loggato e sloggato Facebook), i cambiamenti di password, le app collegate al profilo e la parte più succosa: le attività della bacheca.

La Timeline

È quella, naturalmente, la parte più consistente del famoso documento zip con le nostre vite Facebook, tutto quello che abbiamo pensato, scritto, fotografato, girato, condiviso su Facebook e da lì anche su Instagram e Whatsapp (le cui due società sono state assorbite negli anni dal più famoso social del mondo).

Un patrimonio, anche questo, che potrebbe essere importantissimo a fini commerciali, anche perché strettamente collegato con le fasi della vita di una persona, gli stati d’animo del momento, e di conseguenza quello che è il mantra assoluto del mercato: il bisogno (reale o percepito che sia).

Google ci guarda

Dini conclude infine raccontando il lavoro di Dylan Curran, sviluppatore web che ha invece scaricato i dati di Google del suo Android prendendo atto di una realtà ben più inquietante: Google, infatti, dispone di informazioni su di noi assai più dettagliate e importanti di quelle di Facebook.

Nel file scaricato, infatti, compare praticamente l’intera nostra vita, e quindi non solo età, sesso, altezza e peso, ma anche “attività fisica, hobby, lavoro, interessi, informazioni sulla famiglia, reddito, interazioni con le app del cellulare”, e ancora, persino l’ora in cui si va a dormire, le ricerche fatte su Google e Youtube, le mail inviate e ricevute, i contatti del nostro cellulare. “Windows 10 – spiega Curran – ha un pannello di configurazione della privacy con sedici sotto pagine, molte delle quali attive di default.

I dati Apple sono molti meno, e (almeno così sostiene l’azienda) solo sul device o in un backup criptato che non può essere visto né condiviso con nessuno, se non su richiesta della magistratura”.

La spiegazione, tuttavia, non sarebbe da ricercare in una maggiore eticità o rispetto nei confronti della nostra privacy da parte del gigante di Cupertino, ma nel fatto che, rispetto a Google e Facebook, che vivono di pubblicità, Apple fattura soprattutto grazie alla vendita degli apparecchi.