WhatsApp, bug o non bug? Se utenti estranei entrano nei nostri gruppi

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whatsapp bug
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C’è un vocabolo inglese, “addicted”, che ha una traduzione più o meno nell’italiano “dipendente”. In inglese, però, il termine porta con sé qualcosa di più forte.

Si tratta infatti di una dipendenza quasi ossessiva, tanto che il dizionario Cambridge definisce il suo significato come incapacità “to stop doing something as habit”, ovvero di “smettere di fare qualcosa a cui si è abituati”, portando come esempi droghe, antidepressivi, caffè, tabacco.

La droga per eccellenza, forse, di questo inizio di nuovo millennio è la tecnologia. Quotidianamente siamo circondati – in metro, per strada, negli uffici – da persone che “scrollano” il proprio smartphone compulsivamente, non necessariamente facendo qualcosa di concreto, ma come un gesto che oramai fa parte di noi, che mettiamo in atto quasi senza rendercene conto, come un tic, come quando ci mangiamo le unghie o ci grattiamo la testa.

Ci sono poi i social, da Facebook a WhatsApp, ai quali siamo diventati (più o meno consapevolmente) addicted, e usando i quali spendiamo una parte consistente della nostra giornata, dall’inizio (quanti di noi, come primo gesto appena aperti gli occhi, la mattina, controllano il cellulare?) alla fine. Una dipendenza inconscia, di cui ci rendiamo a malapena conto, fino a quando, per qualche strano motivo, non viene interrotta da qualche fattore esterno.

È successo, mandando in crisi milioni di persone, durante la notte dell’ultimo dell’anno scorso, quando per diversi minuti WhatsApp ha smesso di funzionare.

E allora panico: come farò ad augurare un buon anno a Tizio o a Caio? Riuscirà a sopravvivere il mondo senza le mie GIF che immaginano un sereno 2018 per tutte le persone a cui voglio bene? E soprattutto, riuscirò a sopravvivere io, fuori dal mondo, senza più contatti, isolato, tagliato fuori, anche solo se dovesse durare qualche minuto?

Quando affidiamo le nostre vite, in toto, nelle mani delle nuove tecnologie, possiamo però andare incontro a sorprese spiacevoli. Per quanto perfette, curatissime e in continuo aggiornamento queste siano, le insidie capaci di “inquinarle” sono infatti sempre dietro l’angolo.

Prendiamo proprio il caso WhatsApp. Da qualche settimana, proprio mentre il noto social lanciava o annunciava il prossimo arrivo di nuove funzioni (dalla preview dell’audiomessaggio al salvataggio automatico delle note vocali quando si riceve una telefonata), pare che WhatsApp debba fare i conti con una falla di sicurezza scoperta dalla società di ricerca Clearly.

Secondo Paul Rosler, uno dei ricercatori tedeschi che fa parte dell’equipe che ha sviluppato l’indagine, grazie a questo bug sarebbe possibile inserire utenti sconosciuti all’interno di gruppi privati. Si tratta, come è ovvio, di una questione abbastanza delicata, per due ragioni.

La prima, è essenzialmente pratica: inquinare gruppi di utenti ignoti potrebbe infatti consentire la messa in atto di qualsiasi operazione, aprendo la porta agli hacker ma anche a gruppi di persone o addirittura società che si inserirebbero nelle nostre chat per raccogliere a piene mani le tantissime informazioni che diffondiamo tramite le nostre conversazioni.

E quindi nickname, codici, password, ma anche informazioni strettamente personali, a cominciare da dove abbiamo passato la giornata e con chi, fino ai nostri orari di lavoro, di riposo, di svago. La seconda ragione è la violazione della crittografia end-to-end, su cui la chat ha molto investito negli ultimi due o tre anni.

Certo, è vero che – e in questo caso le rassicurazioni di WhatsApp sono fondate: non c’è bug che tenga – un nuovo partecipante a un gruppo può leggere esclusivamente i messaggi scritti, inviati e ricevuti dal momento del suo inserimento nella chat; ma quante volte ci capita, soprattutto nel caso di conversazioni collettive a cui partecipano tante persone, che la notifica che ci avvisa di un nuovo “partecipante” ci passi sotto il naso senza farci troppo caso? Da quel momento, il “pirata” della nostra chat potrebbe silenziarsi e non farsi notare, mettendosi in attesa e accumulando nel frattempo materiale utile ai suoi fini criminosi, senza che nessuno ci faccia troppo caso.

Da qui è partito un po’ di allarme: utenti in giro per il mondo, preoccupati, hanno chiesto conto al social e fatto richiesta perché si riesca a impedire a chi non è invitato di entrare in “casa” nostra; qualcuno ha cominciato una campagna mediatica contro WhatsApp, sponsorizzando altre piattaforme (vedi: Signal), oppure semplicemente consigliando di affidarsi sempre a conversazioni private per evitare intrusioni.

Nel frattempo, Facebook, che controlla l’App, si è affrettata a gettare acqua sul fuoco, contestando i risultati della ricerca e smentendo qualsiasi tipo di problema di questo genere.

Qualche sospetto però resta, se per smentire il tutto si è dovuto scomodare addirittura Alex Stamos, che della piattaforma è capo della sicurezza, e che ha twittato negli scorsi giorni (utilizzando, era dei paradossi, un altro social come canale comunicativo): “Ho letto titoli allarmistici, ma non esiste nessun modo segreto di incunearsi nei gruppi WhatsApp”.

Chi abbia ragione, a meno che non ci sia capitata una esperienza di questo genere, è difficile dirlo. Come sempre, il consiglio è la prudenza massima, e un po’ di attenzione in più che in questo genere di casi non guasta mai.