adv

“Diffidare dalle imitazioni”, come si suol dire. Ma quando un prodotto piace, e viene utilizzato in tutto il mondo, il proliferare di mercati paralleli che cercano di sfruttarne il successo è un’eventualità da mettere in conto.

Dai vestiti, alla musica, persino le opere letterarie, il mercato del “falso” è un mercato con cui inevitabilmente fare i conti, che porta con sé vantaggi  (pochi: essenzialmente quello economico) e (tanti) rischi. Figuriamoci se, nell’era del due, del tre e del quattro punto zero, la tecnologia poteva fare eccezione.

Vi è un grosso dibattito, su internet, su quale sia il miglior social esistente per i servizi chat. I supporter dell’uno o dell’altro si dividono e si scontrano sui forum con grande veemenza, in una storia vecchia come il mondo: Maradona o Pelé? Beatles o Rolling Stones? Twitter o Facebook? E oggi, anche, WhatsApp o Telegram? Le differenze tra le due App in effetti esistono. Se i fan di WhatsApp insistono sui vantaggi che comporta una diffusione praticamene totale, su tutti gli smartphone del mondo, quelli di Telegram argomentano con la possibilità di aggiungere contatti, tramite i nickname, anche in mancanza del numero telefonico; WhatsApp, è vero, dà da tempo la possibilità all’utente di utilizzare la piattaforma anche attraverso altri dispositivi, ma da questo punto di vista è stata scavalcata da Telegram, che oggi concede questa chance anche in assenza dello smartphone: se voglio registrare un profilo via computer o tablet, basterà inserire il mio numero di telefono, e il gioco sarà fatto. Ancora, i dibattiti si fanno sempre più accesi sui temi di condivisione elementi e sicurezza, anche perché sono le piccole differenze, nei casi di due colossi come questo, a incidere sulle scelte dell’utenza.

C’è qualcos’altro, però, che accomuna WhatsApp e Telegram, tanto per tornare al discorso di cui sopra. Lo scorso novembre fece scalpore la notizia che una finta app di WhatsApp, scaricabile sotto il nome di Update WhatsApp Messenger, aveva raggiunto addirittura un milione di download. Naturalmente, le fake-App sono in tutto e per tutto simili a quelle originali: nome, logo, struttura, tanto da creare confusione negli utenti meno esperti, o in quelli alla ricerca di nuovi aggiornamenti. Una volta aperta la App, però, questa risultava molto diversa da quella originale, insospettendo i fruitori, anche se ’obiettivo della truffa era oramai compiuto: gli utenti avevano scaricato, cliccando per buona parte su alcuni siti pubblicitari, ed erano rimasti vittima di download di malware.

Beh, se l’essere imitati è sinonimo di successo (“L’auto più copiata del mondo”, diceva una pubblicità di qualche anno fa), possiamo dire che anche su questo piano il duello tra WhatsApp e Telegram continua. Proprio nel momento di sua massima ascesa, infatti, Telegram deve fare i conti, così come il suo illustre collega, con le applicazioni clone, diffuse tanto sull’ufficiale Google Play Store, che sugli store alternativi disponibili on line. “Teligram”, si chiama la prima, un fake rimosso abbastanza velocemente da Google, ma che ha fatto in tempo a far guadagnare un po’ di soldi in maniera illegale ai suoi creatori, e – attraverso lo schema degli annunci pubblicitari e dei malware – ha creato non pochi problemi agli utenti. La seconda è invece una applicazione assolutamente identica al primo impatto, nel nome e nel luogo, a quella originale, ma che sarebbe capace di aggiungere sui singoli dispositivi una backdoor utilizzabile per attacchi informatici, e un plugin per cliccare in automatico su banner pubblicitari, ingrossando quindi il business delle false visualizzazioni, alla base del mercato pubblicitario on line. Un mercato estremamente drogato e falsato da operazioni come queste, e di cui ci occuperemo in futuro. Ma, per ora, questa è un’altra storia.

Più pertinente al discorso è provare a capire come difendersi da rischi di questo genere. A scoprire l’esistenza di “Teligram”, era stata la società di sicurezza informatica Symantec, scovandola sotto la sospetta dicitura “nuova versione aggiornata”, un’esca perfetta per utenti alla ricerca di novità, poco preoccupati dalle leggere differenze grafiche. Il lavoro di Symantec è alla base anche della scoperta della seconda fake-App, ancora più difficile da individuare, dal momento che utilizzava lo stesso codice in open source di quella originale. Per l’utente, in realtà, difendersi non è impresa assai ardua, almeno prima che sia troppo tardi. Così come le pubblicità di un tempo ci esortavano a diffidare delle imitazioni, oggi è bene non fidarsi, e non installare programmi provenienti da negozi alternativi, sebbene, come spiegato, anche il Play Store non sia sempre e del tutto immune ad attacchi-fake di questo tipo. Da Uber a Facebook, chiunque abbia successo deve farci i conti, tanto che le denunce di truffe da questo punto di vista sono state tantissime negli ultimi mesi. Sottrazioni di credenziali, dati, ma anche immagini, video ed elementi di condivisione, sono all’ordine del giorno anche a causa delle App clone. È importante tenere quindi gli occhi aperti, e seguire quella vecchia regola che ci consigliava: original is better.